Semplicemente compagni

E' il commento che mi è salito spontaneamente alle labbra dopo aver letto l'articolo di Guido Ambrosino sul Manifesto di ieri (stanno esagerando: con una pausa l'altro ieri, in cui hanno tirato fuori un vecchio caro giornale inutile, sono giorni che i compagni del Manifesto sono tornati a fare qualcosa che si può leggere. Chi sarà andato in ferie…) sul "blocco nero".

La cosa che mi fa ridere, però, è che si parla di quelle posizioni come se fossero cose mai viste qui da noi, quando invece non è assolutamente così (fin dagli anni '70; ma anche coi punx degli anni '80, e con molta "autonomia" degli anni '90 e poi con gli "orizzontali" nei dintorni di Genova 2001).

Ma tanté …

Punk e libertari, lo stile del blocco nero

Sono giovanissimi e spesso nemmeno sanno che lo «schwarzer block» esiste dagli anni '80. Autonomi e anarcoidi, non hanno programmi né statuto. «Ogni volta ci reinventiamo di nuovo». Viaggio tra gli anti-G8 più radicali. Con qualche sorpresa
 

Guido Ambrosino

Rostock

Sebbene si veda poco delle loro facce, intabarrati come sono nei cappucci delle felpe, con gli occhiali scuri, quelli del famigerato «blocco nero» sono giovanissimi. Ragazze e ragazzi tra i 17 e i 25 anni. Sfilavano il 2 giugno a Rostock dietro un camion che inondava la strada di una martellante musica punk che nessun quarantenne potrebbe sopportare. Figure esili, avanzavano compatte spalla a spalla, come per farsi coraggio. Il gruppo più numeroso seguiva la bandiera rosso-nera della Antifaschistische Aktion di Berlino. Qualche striscione si era già visto in quella città il primo maggio: «Tutto per tutti. Aboliamo il capitalismo», o «Make capitalism history». Quando una truppa di poliziotti è avanzata minacciosa e senza alcun preavviso da una stradina laterale, non sono affatto arretrati. Anzi, l'hanno fronteggiata a muso duro, finché gli agenti non sono tornati a debita distanza. Poco dopo, quando una più robusta centuria di energumeni ha fatto irruzione nel corteo, si sono fatti appena un po' più in là, per poi sommergerla con tali e tanti lanci da indurla a una prudente ritirata.
Quelli dello Schwarzer Block difendono il corteo, finché possono, come difendono le case occupate, i loro centri sociali, i loro «spazi di autonomia». A vederli in azione, in quelle scure uniformi, incutevano una certa soggezione. A incontrare alcuni di loro il giorno dopo, al campeggio di Rostock, intenti a intingere pezzi di pane nella zuppa vegetariana, facevano tenerezza. Miti sbarbatelli, fanciulle coi riccioli rasta, riflessivi e autocritici, pronti a interminabili discussioni. «Va bene rompere le vetrine – a Rostock è toccato, lungo il percorso del corteo, a due filiali della Cassa di Risparmio – ma sfasciare i vetri di quelle due utilitarie parcheggiate sul lungofiume è stata una stronzata». Anche l'assalto all'auto della polizia, sfondando i finestrini nonostante dentro sedessero degli agenti, è controverso. «Se perdevano i nervi e tiravano fuori la pistola, finiva come a Genova». La scena è stata ripresa in un video accessibile su Spiegel online. Si vede l'agente alla guida ripararsi il volto con le mani. Uno degli attaccanti fa segno agli altri di fermarsi. E l'auto può allontanarsi.
Né programmi, né statuti. Per quanto giovanissimi, non vengono dal nulla. Forse la prima autodescrizione dello Schwarzer Block risale al 1981, pubblicata dalla rivista Vollautonom (Tutt'autonomo): «Non ci sono né programma, né statuto, né iscritti al blocco nero. Ci sono però idee politiche e utopie che orientano la nostra vita e la nostra resistenza. Questa resistenza ha molti nomi, uno è Schwarzer Block, blocco nero». Nel testo si cita un rapporto sull'estremismo politico, redatto nel 1980 dall'ufficio per la tutela della costituzione dell'Assia, lodando la competenza degli analisti: «Rifiutano una concezione marxista-leninista, rigide forme organizzative e ogni legame a programmi, sono per l'autonomia e la spontaneità». E ancora: «A Francoforte sul Meno si sono formati gruppi di impronta radicale e di tendenza anarchica (…). Apparizioni a volto coperto, bandiere nere e l'uso di altri emblemi anarchici hanno caratterizzato la loro partecipazione a cortei e altre azioni». A Francoforte questi gruppi erano nati dalla lotta per le occupazioni delle case e, dopo uno sgombero, dalla contestazione del pubblico borghese all'apertura della stagione lirica: «L'opera ha cento anni. Non un giorno di più».
In altre città universitarie, come Friburgo, Gottinga, Berlino, Amburgo, gruppi analoghi si erano formati anche nel movimento contro le centrali nucleari. Il colore nero era un deliberato riferimento alla storica bandiera dell'anarchia. C'era poi la critica al militarismo della Rote Armee Fraktion, e un riferimento all'esperienza dell'autonomia operaia italiana, ma con pochissimo operaismo e con un sano rifiuto del militontismo maschilista e veteroleninista di alcuni gruppi nostrani. La rivista Vollautonom tentava questa definizione: «Consideriamo la nostra resistenza come una lotta contro ogni forma di dominio statale, contro strutture gerarchiche tra noi e sopra di noi, contro ogni struttura carceraria, comprese le prigioni del popolo, contro l'apocalisse ecologica e imperialista, e per una vita autodeterminata, collettiva». La propria lotta è vista come «resistenza»: contro una repressione poliziesca rimasta una costante in Germania per le frange estreme della sinistra, sempre minoritarie, e sempre prigioniere del loro minoritarismo di cui vanno persino fiere. Seimila persone in tutta la Germania – questa la stima attuale della polizia sugli aderenti ai gruppi autonomi radicali – significa poche decine di persone nelle città minori: davvero un'infima minoranza. Cementata però negli anni da migliaia di processi e di condanne per manifestazioni «sediziose», per complicità ideologica con questo o quel gruppo terroristico. La scuola politica, che ha tenuto viva per ormai quasi trent'anni la tradizione di «resistenza» al potere, sono le botte prese, più che quelle date.
La fissazione per il nero, non solo per le bandiere ma ormai per ogni capo di vestiario, è il prodotto della schedatura sempre più invadente e aggressiva da parte dei poliziotti armati di videoregistratore. Andare a un corteo con una maglietta a strisce sarebbe una pazzia. L'unico modo per mantenere l'anonimato è vestirsi tutti allo stesso modo. E coprire il volto. Almeno con gli occhiali neri, non vietati dalla legge che punisce il travisamento. Il rovescio della medaglia è che, anche se non ogni nerovestito tira sassi, agli occhi dei poliziotti sono tutti ugualmente sospetti e criminali. Pochi dei giovanissimi visti a Rostock avranno nozione del vecchio articolo di Vollautonom. Sicuramente però ci si riconoscerebbero. Anche se ogni generazione ricomincia quasi da zero, senza «scuole di partito» che ricapitolino le esperienze precedenti, ci si ritrova in situazioni analoghe: in isole «liberate» ma assediate, ghetti volontariamente scelti per non perdersi nella palude conformista e omologata, e da difendere con le unghie. Da un paio d'anni i gruppi autonomi radicali si sono dati una blanda struttura di comunicazione, tra loro e con l'esterno. La rete della «sinistra interventista» (Interventionistische Linke) ha perfino un portavoce, nella persona di Tim Laumeyer, uno studente berlinese. Nemmeno lui è contento della sbavature vandalistiche. Né risparmia critiche «a chi si unisce al blocco nero più per spirito di avventura che per convinzione». Difendono il loro territorio – quello simbolico del corteo – come i ragazzi della via Paal, contro la banda dei cattivi. Come Nemecek, sono assolutamente solidali tra loro: se qualcuno cade nelle mani degli agenti fanno di tutto per liberarlo. Laumeyer, ormai oltre i trenta, vorrebbe «più senso di responsabilità politica, più consapevolezza». Ma poi ammette che il «blocco nero» non si lascia imprigionare in un piano strategico: «Ogni volta si inventa di nuovo». Come criterio, ultrasoggettivo e vitalista, per questa reinvenzione, resta forse ancora valido quello descritto una vita da fa da Vollautonom: «Cosa sia un successo dipende da quel che si muove in noi e cambia durante un'azione, dipende dalle sensazioni che viviamo». Da questo punto di vista l'esperienza di Rostock è ambivalente.
Molti altermondialisti, anche i dirigenti di Attac che pure cercano di non erigere barriere a sinistra, sono avvelenati con i soliti Chaoten, che con le loro bravate si sono accaparrata l'attenzione dei media, offrendo pretesti per la criminalizzazione. Ma i neri hanno anche «vissuto» un'esperienza positiva sul piazzale del vecchio porto. C'era gente non vestita di nero che, vedendo la sconsideratezza dei primi assalti della polizia, e restando poi coinvolta nell'escalation a forza di idranti e lacrimogeni, se la prendeva con la prepotenza delle «forze dell'ordine». La folla, restando dov'era, offriva un complice rifugio ai neri. «Se avessi vent'anni e fossi più veloce, un sasso glielo tirerei anch'io. Magari più piccolino», assicurava una signora dai capelli bianchi. All'ingresso del campeggio di Rostock c'è un banchetto che distribuisce piantine della rete urbana e tessere scontate per i trasporti pubblici. I due tranvieri addetti alla bisogna da giorni vedono passare avanti e indietro la variopinta folla dei campeggiatori dissidenti, e una loro idea se la sono fatta: «Sono tutti bravi ragazzi, pacifici. Basta che non li vai a stuzzicare». E non pensano solo a battaglie di strada. Domenica sera ne rivediamo due sulla spiaggia di Warnemünde, all'imboccatura del porto di Rostock, incantati a guardarsi un lento tramonto del nord. Sulla battigia resta leggibile qualche parola tracciata con un bastoncino: «Mr. Bush… No borders». E un cuore.

 

2 risposte a “Semplicemente compagni”

  1. sì, articolo non male
    però è un po’ la sindrome di questo giornale
    se i passamontagna li vestono i zapatisti del chapas è okkei,
    se il blocco nero è in germania o a seattle o altrove, va benissimo
    però GUAI a fare altrettanto in Italia
    questo gusto dell’esotico politico mi disgusta

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