Luglio 2001: io ricordo Genova

giugno 28, 2011
Immagini da Genova 2001

Normale repressione a Genova nel 2001

In questi giorni di 10 anni fa ragionavo se andare a Genova o no. La questione non era semplice, perché già sapevo che la stragrande maggioranza dei miei compagni andavano; alcuni c’erano già, a s/battersi per riuscire a strappare quello che poi diventerà il media center dalle mani dei burocrati di tutte le razze e farne quel che poi è stato: uno spazio aperto e di condivisione, libero politicamente ma anche tecnicamente, visto che già allora c’erano pc con solo GNU/Linux installato.

Ci sarebbe andata la mia compagna, e tanti amici.

Ma io non volevo andarci, ero contrario politicamente al trappolone di Genova: in molti, se non tutti, già si sapeva che sarebbe stato un trappolone; nessuno si immaginava, però, il livello di violenza espressa dallo stato; e infatti con questi si tentò di proporre un’alternativa:

TURNOFF G8: Tutti a Varazze!

Turn Off G8

15-21 luglio 2001

Dichiarazione contro il G8 di Genova per decretare lo Stato Di Felicità Permanente

Noi sottoscritt*(ovvero un sacco di bestie)

nel numero (di un fottio)

  • contro la logica del muro contro muro
  • contro la grande Zona Temporaneamente Autonoma Repressiva che verrà costruita a Genova
  • contro “i Potenti della Terra” che decidono e per decidere si barricano e barricando soffocano tutta la città
  • contro il delirio positivista del controllo che vuole bloccare il tempo fissando lo spazio
  • contro le auto e i carriarmati contro gli autobus dei celerini
  • contro i tailleur delle first lady che non possono venire perchè la merda (rigorosamente umana) sul rosa confetto stona
  • contro radio/tele/giornalisti che non riescono a vivere i loro desideri e li sublimano in incubi di plasma infetto
  • contro i servizi segreti (che tutti sanno cosa fanno ma poi tutti li ascoltano lo stesso)
  • contro la Logica del Fare, stakanovisti bianchi rossi neri azzurri o a pois

DECRETIAMO LO STATO DI FELICITA’ PERMANENTE

  • per un (a)normale svolgimento del flusso spazio/tempo
  • per noi per voi per migliaia di Zone Temporaneamente Autonome di creatività
  • per la sovversione semiotica
  • per le nostre allucinazioni
  • per le nostre biciclette
  • per le vostre biciclette
  • per dada
  • per i varchi dimensionali
  • per l’inattività
  • per i Tempi e gli Spazi che ci prendiamo

DECRETIAMO LO STATO DI FELICITA’ PERMANENTE

dal 15-21 LUGLIO 2001

su tutto il territorio nazionale italiano

Pochi ci presero sul serio – d’altronde noi stessi non lo facevamo, se non nei momenti di massimo scoramento e depressione. A tanti rimanemmo pure sul cazzo/ovai, tanto che arrivarono anche un po’ di mail minacciose di presunti leaderini (ma anche secondini) di pseudomovimento, che ci consigliavano di non farci vedere in giro. Ma tant’è…

Alla fine, però, non resistetti al richiamo della foresta, ed andai.

Arrivai il martedì, in pieno delirio di montaggio del media center alla scuola Pertini e alla Diaz (tragicamente famosa alla fine dell’avventura): tira cavi, installa pc, gestisci server (Massimo rispetto per Ginox!), litiga con militonti di varia estrazione, conosci, impara, ridi e sorridi, e tutte le cose che un consesso di persone attive e convinte fanno quando stanno insieme. Un ricordo indelebile.

Il giovedì andai alla manifestazione dei migranti: bella, colorata, pacifica e paciosa. Qui incontrai la mia compagna, appena arrivata col treno, ed insieme andammo a mangiarci una pizza per stare un po’ assieme. D’altronde l’indomani sarebbe stata la giornata più dura, venerdì 20 luglio 2001, chissà se poi riusciamo a beccarci. Alla fine se ne va a dormire al Carlini, io al media center.

Venerdì decido di rimanere al media center: non ho compagnie a cui aggregarmi, non ci tengo ad andare a giocare a nascondino con gli sbirri, rimango a presidiare la rete e Indymedia con la collaborazione di un po’ di compagni fuori porta. Ma è subito chiaro come butta l’aria. Già di prima mattina iniziano ad arrivare i profughi, gente dello spezzone dei Cobas che manco hanno fatto in tempo a riunirsi nel concentramento autorizzato dalle autorità, che subito vengono caricati, dispersi, arrestati, picchiati.

Inizia un tourbillon di delirio, un crescere di cose difficilmente raccontabili se non le vedi, se non ci stai in mezzo. La palestra del media center diventa in breve un’infermeria, visto che la polizia arresta i compagni dentro il pronto soccorso degli ospedali. Ho fatto tante manifestazioni in vita mia, in non poche s’è finito a fare a mazzate con gli sbirri, in qualcuna pesantemente: nulla di paragonabile con Genova 2001. L’accanimento con cui hanno infierito su alcune persone – solitamente innocui manifestanti – le condizioni in cui sono arrivati alcuni di questi non lo dimenticherò mai.

Alle 17:30 inizia a girare la notizia: hanno ammazzato un compagno. Mentre scrivo mi sale il magone, che non passerà mai. Sarà stupido, tanti compagni sono morti, ammazzati da sbirri e fascisti anche negli anni successivi. Ma Carlo è “nostro”. Non perché c’eravamo, o non solo per quello. Ma perché con lui hanno ammazzato tutti noi. Con Piazza Alimonda è stato ammazzato un movimento che voleva condividere saperi senza fondare poteri, come diceva Primo Moroni pochi anni prima. O che aveva qualche possibilità di farlo…

I ricordi delle ore successive sono confusi: l’arrivo della conferma, il nome di Carlo, le foto, i video. Poi l’arrivo dei compagni dai vari cortei, molti in condizioni pietose. Un clima che… boh.

Sabato vado al corteo. Devo beccare la mia compagna, che il giorno prima era a du’ passi da Carlo, che s’è sparata il peggior corteo del decennio, che voglio abbracciare e baciare e stringere e porcoddio. Ci vado perché devo sfogare 24 ore di panico e odio. Ma non facciamo in tempo a trovarci, ad abbracciarci, che iniziano a piovere lacrimogeni manco cadessero dalle nuvole. E a noi va bene, che riusciamo ad uscire dall’imbottigliamento per un mix di culo ed esperienza (più culo, mi sa) ed evitiamo la mattanza di Corso Marconi e dintorni: prendiamo una traversa ed iniziamo a scappare. Sono le 11 di mattina, e dopo un giro assurdo su e giù per Genova, aiutati da tanta gente comune che non dimenticherò mai, riusciamo ad arrivare al “sicuro” del Carlini: alle 20.

A quel punto basta, si va via. Vado a recuperare la macchina al media center, faccio in tempo ad evitare un rastrellamento per un pelo, saluto i compagni e partiamo. Siamo ancora in Liguria quando alla radio sentiamo la cronaca della Diaz. Ce ne andiamo con nelle orecchie le urla della gente che escono dalla radio, ad accompagnarci in una ritirata tragica da cui sarà poi dura riprendersi. Se mai siamo riusciti a farlo.

2 Responses to “Luglio 2001: io ricordo Genova”

  1. Ciao, possiamo postare questo tuo ricordo nel blog nel quale stiamo raccogliendo i ricordi di tutti legati al G8 di Genova? Se vuoi puoi farlo tu stesso usando il form, altrimenti lo facciamo citando e linkando il post originale.

    Grazie! 🙂

  2. Si, certo che potete, ci mancherebbe.

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