Genova 2001 – La filastrocca

Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove. Di nuovo. All together. Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove.
Sono giorni che mi addormento al suono di questa cantilena, la filastrocca degli orrori che le bestie che picchiavano alla scuola Diaz di Genova o alla caserma di Bolzaneto cantavano cullando gli incubi a occhi spalancati o abbottati dai manganelli di giovani uomini e donne inermi.
E’ la filastrocca del potere, dell’arroganza. Ne sono ossessionato. Terrorizzato. Mi toglie il sonno. Penso a quella maledetta notte in cui qualcuno ha trovato il conforto di un dio da pregare ma molti nessuna ragione ultima per perdonare. E chi restituirà l’abbandonarsi al sonno a quei giovani inermi, chi restituirà loro la possibilità di cantare più una filastrocca, sintassi semplice del ricordo, senza dover tornare all’orrore di quella notte, alla paura, alla vergogna di avere paura?
Alla vergogna di lottare. Perché è questo il meccanismo micidiale che quei pestaggi furiosi hanno voluto instaurare. Vergogna di sé. Vergogna di pisciarsi addosso nei calzoni, vergogna di sentire la puzza della propria merda, vergogna degli sputi in bocca, vergogna del proprio sangue che non si ferma più, vergogna delle proprie teste che si rompono troppo facilmente, vergogna delle proprie ossa che si fratturano stupidamente, vergogna del proprio corpo, vergogna di essere solo una donna in quel momento, di essere solo un ragazzino in quel momento.
Come quando si diventa vecchi e si scorreggia in pubblico, alla tavolata della festa, perché non riesci più a controllare il tuo sfintere: ma lì tutti si guardano imbarazzati un attimo e si fa finta di niente, oppure uno sghignazzo rovescia la vergogna e dà il via a una risata liberatoria: siamo vivi ancora, si è vivi finché una comunità ti accoglie, ti sente parte sua, anche se sei vecchio e scorreggi in pubblico.
Lì no, lì alla Diaz, lì alla caserma di Bolzaneto no: lì non potevi mischiare il tuo sangue con gli altri, la tua vergogna con quella degli altri: lì eri solo, di fronte al disfarsi del tuo corpo, di fronte a nugoli di bestie che menavano, di fronte alla violenza della morte, alla paura di poter morire, così indecorosamente, tra pisci e sputi. Non al garrire di bandiere della rivoluzione o alla marcetta pacifica della non-violenza, comunque vicino alla propria comunità: una morte eroica o una morte tranquilla, una morte qualunque. No, la tua paura della morte doveva essere avvilita, svilita, vile. Privo dei diritti che lo rivestono e ne fanno una parte della comunità – e il diritto di manifestare lo fa appartenere alla tua comunità, come i diritti civili lo fanno appartenere alla tua comunità nazionale – il tuo corpo è nudo, nulla, carne da tritare.
Chi ha scritto stupito che la polizia non caricasse i “violenti”, e chi ne ha tratto un lineare quadro di collusioni e complotti, non ha però pensato questo: spaccare la testa a un militante politico, come spaccare la testa a un ultrà da stadio, non modifica i suoi comportamenti; in un certo senso, il militante politico, come l’ultrà da stadio, ha già messo in conto che la sua testa verrà spaccata, non una volta sola: fa parte del suo percorso, e verificarlo rafforza i suoi convincimenti, il suo “martirio” sarà accolto evangelicamente, politicamente o come una tacca da esibire in curva, con maschia improntitudine. Esemplare, ad esempio, il modo di gestione del proprio corpo collettivo e individuale dei “disobbedienti”, il loro coprirsi, la loro vestizione di armature soffici che in qualche modo attutiscano quel che accadrà senza mai poterlo evitare. Spaccare la testa o le braccia a un ragazzino di 15 anni ha uno scopo preciso: esercitare la dissuasione attraverso la violenza, un comandamento da cicatrizzare: “tu non devi manifestare”. Perché è questo che i “gloriosi” militari di questa repubblica intendevano ottenere.
Militari! Una commissione indagherà sui fatti della Diaz e sulle responsabilità lì come alla caserma di Bolzaneto: bene. Ma vengano intanto strappate le mostrine a questi signori, vengano degradati, mandati a pulire latrine: non ci sono codici d’onore in questo paese? Di quali indagini abbiamo bisogno ancora per verificare quello che è stato ormai ossessivamente ripetuto, da immagini, da parole, quello che è ormai l’incubo collettivo di una nazione, di un mondo intero che ci grida dietro? E quale “black bloc”, quale violenza di piazza potrebbe mai giustificare quei manganelli usati come mostruosi cazzi a rovistare fra le gonne, le cosce, le tette di donne e ragazzine? Che paese è mai questo se ha bisogno di quei manganelli fra le orribili urla del branco, di questo “immaginario militare” per fermare una piazza che manifesta o si fa pure incendiaria? Chi addestra questi uomini? Chi forma il loro carattere? Chi segue la loro preparazione? Quale mano governa i loro sonni?
Uno stupro di massa, questo è stato la Diaz, questo è stato la caserma di Bolzaneto, come nella tradizione della soldataglia: tanto più indegno perché per la giustificazione allo stupro viene chiamata in soccorso la provocazione di sassi o che: troppo rossetto, signor giudice, troppo corta quella minigonna, troppo ancheggiare.
Io ho paura. Io non voglio che la mia libertà di manifestare sia protetta da coraggiosi e virili giovanotti con caschi e gommapiume: io voglio che i servizi d’ordine siano composti da ragazzini di 15 anni o dalle loro madri, da gente qualunque e inerme. Voglio poter affidare la mia sicurezza in piazza alla generosità, all’ingenuità, ai sogni, agli occhi puliti di un quindicenne: io non vivo in Messico, in Colombia, in India, in Malesia. Io non vivo nell’Argentina, nel Cile di 30 anni fa. Io sto qui.
Sto qui, con un movimento che ha dispiegato una capacità di egemonia culturale impensabile, sorprendente, che ha scadenzato l’agenda politica di questo paese e del mondo, che ha imposto i suoi temi all’attenzione della gente qualunque, da lotte rivendicative a lente costruzioni di alternative possibili. Temi quotidiani, il salario giusto, i diritti giusti ma anche quello che mangiamo, beviamo, vestiamo, guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, sappiamo; temi universali. E’ un pensiero forte quello che viene da questo movimento: non è solo un pensiero antagonista e conflittuale: proprio una egemonia in grado di formare opinione pubblica. In grado di opporsi, di fare da polo di attrazione rispetto al neo-liberismo, al rampantismo, al capitalismo sfrenato, al mercato, ai comportamenti minuti e banali dei suoi vessilliferi, alle sue icone, ai suoi simboli, articolandosi in altri gesti, in altre parole, in altri linguaggi.
Anzi, sta proprio qui la sua forza, cui contribuiscono ideologie varie, percorsi differenti, tonalità diverse, spesso ambiguamente accostate, spesso proficuamente vicine. Una forza che esubera la “politica”, l’intelligenza politica, la capacità organizzativa sinora messa in campo, che fa ancora troppo spesso ricorso a modi d’un tempo, a grammatiche d’un tempo, con difficoltà a intercettare, a tradurre, a interpretare, a rappresentare nuovi linguaggi, nuove esigenze. Questo movimento deve avere tempo, deve avere coraggio. Io ho paura.
Per quella maledetta filastrocca.

Lanfranco Caminiti, Roma, 3 agosto 2001

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