Genova 2001 – La filastrocca

Scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001

Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove. Di nuovo. All together. Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove.
Sono giorni che mi addormento al suono di questa cantilena, la filastrocca degli orrori che le bestie che picchiavano alla scuola Diaz di Genova o alla caserma di Bolzaneto cantavano cullando gli incubi a occhi spalancati o abbottati dai manganelli di giovani uomini e donne inermi.
E’ la filastrocca del potere, dell’arroganza. Ne sono ossessionato. Terrorizzato. Mi toglie il sonno. Penso a quella maledetta notte in cui qualcuno ha trovato il conforto di un dio da pregare ma molti nessuna ragione ultima per perdonare. E chi restituirà l’abbandonarsi al sonno a quei giovani inermi, chi restituirà loro la possibilità di cantare più una filastrocca, sintassi semplice del ricordo, senza dover tornare all’orrore di quella notte, alla paura, alla vergogna di avere paura?
Alla vergogna di lottare. Perché è questo il meccanismo micidiale che quei pestaggi furiosi hanno voluto instaurare. Vergogna di sé. Vergogna di pisciarsi addosso nei calzoni, vergogna di sentire la puzza della propria merda, vergogna degli sputi in bocca, vergogna del proprio sangue che non si ferma più, vergogna delle proprie teste che si rompono troppo facilmente, vergogna delle proprie ossa che si fratturano stupidamente, vergogna del proprio corpo, vergogna di essere solo una donna in quel momento, di essere solo un ragazzino in quel momento.
Come quando si diventa vecchi e si scorreggia in pubblico, alla tavolata della festa, perché non riesci più a controllare il tuo sfintere: ma lì tutti si guardano imbarazzati un attimo e si fa finta di niente, oppure uno sghignazzo rovescia la vergogna e dà il via a una risata liberatoria: siamo vivi ancora, si è vivi finché una comunità ti accoglie, ti sente parte sua, anche se sei vecchio e scorreggi in pubblico.
Lì no, lì alla Diaz, lì alla caserma di Bolzaneto no: lì non potevi mischiare il tuo sangue con gli altri, la tua vergogna con quella degli altri: lì eri solo, di fronte al disfarsi del tuo corpo, di fronte a nugoli di bestie che menavano, di fronte alla violenza della morte, alla paura di poter morire, così indecorosamente, tra pisci e sputi. Non al garrire di bandiere della rivoluzione o alla marcetta pacifica della non-violenza, comunque vicino alla propria comunità: una morte eroica o una morte tranquilla, una morte qualunque. No, la tua paura della morte doveva essere avvilita, svilita, vile. Privo dei diritti che lo rivestono e ne fanno una parte della comunità – e il diritto di manifestare lo fa appartenere alla tua comunità, come i diritti civili lo fanno appartenere alla tua comunità nazionale – il tuo corpo è nudo, nulla, carne da tritare.
Chi ha scritto stupito che la polizia non caricasse i “violenti”, e chi ne ha tratto un lineare quadro di collusioni e complotti, non ha però pensato questo: spaccare la testa a un militante politico, come spaccare la testa a un ultrà da stadio, non modifica i suoi comportamenti; in un certo senso, il militante politico, come l’ultrà da stadio, ha già messo in conto che la sua testa verrà spaccata, non una volta sola: fa parte del suo percorso, e verificarlo rafforza i suoi convincimenti, il suo “martirio” sarà accolto evangelicamente, politicamente o come una tacca da esibire in curva, con maschia improntitudine. Esemplare, ad esempio, il modo di gestione del proprio corpo collettivo e individuale dei “disobbedienti”, il loro coprirsi, la loro vestizione di armature soffici che in qualche modo attutiscano quel che accadrà senza mai poterlo evitare. Spaccare la testa o le braccia a un ragazzino di 15 anni ha uno scopo preciso: esercitare la dissuasione attraverso la violenza, un comandamento da cicatrizzare: “tu non devi manifestare”. Perché è questo che i “gloriosi” militari di questa repubblica intendevano ottenere.
Militari! Una commissione indagherà sui fatti della Diaz e sulle responsabilità lì come alla caserma di Bolzaneto: bene. Ma vengano intanto strappate le mostrine a questi signori, vengano degradati, mandati a pulire latrine: non ci sono codici d’onore in questo paese? Di quali indagini abbiamo bisogno ancora per verificare quello che è stato ormai ossessivamente ripetuto, da immagini, da parole, quello che è ormai l’incubo collettivo di una nazione, di un mondo intero che ci grida dietro? E quale “black bloc”, quale violenza di piazza potrebbe mai giustificare quei manganelli usati come mostruosi cazzi a rovistare fra le gonne, le cosce, le tette di donne e ragazzine? Che paese è mai questo se ha bisogno di quei manganelli fra le orribili urla del branco, di questo “immaginario militare” per fermare una piazza che manifesta o si fa pure incendiaria? Chi addestra questi uomini? Chi forma il loro carattere? Chi segue la loro preparazione? Quale mano governa i loro sonni?
Uno stupro di massa, questo è stato la Diaz, questo è stato la caserma di Bolzaneto, come nella tradizione della soldataglia: tanto più indegno perché per la giustificazione allo stupro viene chiamata in soccorso la provocazione di sassi o che: troppo rossetto, signor giudice, troppo corta quella minigonna, troppo ancheggiare.
Io ho paura. Io non voglio che la mia libertà di manifestare sia protetta da coraggiosi e virili giovanotti con caschi e gommapiume: io voglio che i servizi d’ordine siano composti da ragazzini di 15 anni o dalle loro madri, da gente qualunque e inerme. Voglio poter affidare la mia sicurezza in piazza alla generosità, all’ingenuità, ai sogni, agli occhi puliti di un quindicenne: io non vivo in Messico, in Colombia, in India, in Malesia. Io non vivo nell’Argentina, nel Cile di 30 anni fa. Io sto qui.
Sto qui, con un movimento che ha dispiegato una capacità di egemonia culturale impensabile, sorprendente, che ha scadenzato l’agenda politica di questo paese e del mondo, che ha imposto i suoi temi all’attenzione della gente qualunque, da lotte rivendicative a lente costruzioni di alternative possibili. Temi quotidiani, il salario giusto, i diritti giusti ma anche quello che mangiamo, beviamo, vestiamo, guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, sappiamo; temi universali. E’ un pensiero forte quello che viene da questo movimento: non è solo un pensiero antagonista e conflittuale: proprio una egemonia in grado di formare opinione pubblica. In grado di opporsi, di fare da polo di attrazione rispetto al neo-liberismo, al rampantismo, al capitalismo sfrenato, al mercato, ai comportamenti minuti e banali dei suoi vessilliferi, alle sue icone, ai suoi simboli, articolandosi in altri gesti, in altre parole, in altri linguaggi.
Anzi, sta proprio qui la sua forza, cui contribuiscono ideologie varie, percorsi differenti, tonalità diverse, spesso ambiguamente accostate, spesso proficuamente vicine. Una forza che esubera la “politica”, l’intelligenza politica, la capacità organizzativa sinora messa in campo, che fa ancora troppo spesso ricorso a modi d’un tempo, a grammatiche d’un tempo, con difficoltà a intercettare, a tradurre, a interpretare, a rappresentare nuovi linguaggi, nuove esigenze. Questo movimento deve avere tempo, deve avere coraggio. Io ho paura.
Per quella maledetta filastrocca.

Lanfranco Caminiti, Roma, 3 agosto 2001

Genova 2001 – Magliette a strisce, drappi giallorossi

Piazza Carlo Giuliani

Al funerale di Carlo Giuliani, ragazzo ucciso a Genova, non c’erano bandiere rosse, bandiere nere, bandiere rosso-nere, niente falci, martelli e simboli dell’anarchia, ma il giallo-rosso della Roma, la squadra del suo cuore. I suoi amici hanno voluto così, forse lui stesso avrebbe voluto così se mai avesse pensato alla morte. E’ la prima volta che a coprire la bara di un giovane morto durante degli scontri con la polizia in una manifestazione politica viene usato il drappo di una squadra di calcio. E’ accaduto altre volte, semmai, che per un giovane ultrà morto in qualche scontro con ultrà rivali, una bandiera politica sia apparsa ai suoi funerali, a ricordare il suo impegno sociale. Chissà, se la linea della vita di Carlo fosse stata più lunga, e se avesse raggranellato i soldi necessari, forse, oltre lo pterodattilo, sul suo corpo ci avrebbe tatuato un gladiatore, come quello di Totti.
Forse sta tutta qui, in quel drappo giallo-rosso, la distanza, acclarata d’altronde, ma più volte conclamata, richiesta, troppo esagerata, tra il Genoa social forum, le Tute bianche, i Lilliput, quant’altro e la furia della piazza, Carlo Giuliani vivo. La distanza anche con il Black Bloc, gli scontri pensati a tavolino, le incursioni: la distanza tra la “politica”, la “militanza”, la “rappresentazione”, il “simbolico”, la “mediazione”, la “guerriglia” persino, e l’immediatezza di un corpo gettato nella mischia. Un corpo qualunque, un corpo della moltitudine.
Si è fatto un gran dire della moltitudine nei giorni di Genova, evocata prima, materializzatasi poi nell’enorme corteo di sabato 21. Ma essere moltitudine non è un corteo, una manifestazione, una rappresentazione forte di un disagio, di una protesta, di una proposta: essere moltitudine è una condizione della vita, prima di tutto, della vita di ogni giorno, della propria impotenza, disperazione, solitudine, assenza di voce, impazienza, rabbia, dolore. Della percezione di una vita di merda e di un’altra vita possibile. Dell’incapacità di trovare la mediazione necessaria, il linguaggio che permetta a questa condizione di ritrovarsi, di diventare fare sociale. La moltitudine è immediatezza. Si può partecipare in tanti a un enorme corteo ma questo non lo trasforma in una moltitudine; e non trasforma se stessi nell’appartenenza a quella moltitudine. Per alcuni, per molti, l’appartenere a un progetto, a una struttura, a un fare, rallenta la propria ansia, la incanala nella cooperazione, la modella. Per altri, altrettanto molti, non rimane nulla oltre l’occasionalità del ritrovarsi: resta un percorrere la vita a tentoni, un perdersi e disperdersi.
Carlo era stato a Roma al grande raduno romanista per la festa dello scudetto con la Ferilli e Venditti. Un milione di persone, di bandiere, sciarpe, gagliardetti, distintivi, magliette, cappellini giallo-rossi. Bambini coi padri sudati da fare schifo, ragazzine cresciute a troppi maritozzi con la panna a esibire ombelichi ingrassati, shampiste ossigenate, cocomerari coi semini ancora tra i denti, ragazzi coi capelli a nidi d’uccello sulla testa, nanetti con le scarpe con la zeppa per sembrare più alti, quelli delle lampade con il petto inanellato da tre, quattro, cinque giri di collane d’oro, tatuati dei carceri minorili, madri dalle diecimila amatriciane in una vita, quelli che passano le giornate con il culo su tutti i muretti, gente qualunque, Carlo Giuliani. Ne aveva portato indietro una bandiera donata poi a un suo amico. Quella festa, spettacolare per molti versi, è stata citata in questi giorni, per dire quanto poco oggi la politica riesca comunque a mobilitare, nonostante enormi manifestazioni, rispetto agli oppi dei popoli, il calcio di sicuro, ma perché no?, anche le giornate dei papa-boys. E quanto incolmabile sia la distanza fra chi ha “coscienza” e le “masse” instupidite. Eppure un filo sottile sottile quanto la vita di Carlo ci dice che le cose non stanno proprio così. Qualcuno, almeno uno deve averlo pensato, deve saperlo di suo, se alla manifestazione nella capitale tenutasi il 24 come in altre piazze d’Italia, accanto striscioni e bandiere di gruppo e partito ha portato una bandiera giallo-rossa. Anche questo si vede per la prima volta.
Il gruppo di giovani, tra cui Carlo Giuliani, che aveva accerchiato la camionetta dei carabinieri stava scatenando la propria furia: travi, bastoni, estintori, mani, piedi, ogni cosa veniva usata contro quella camionetta che, per il panico, per errore o che, era rimasta nella trappola. Le immagini lo dicono con evidenza. Una violenza impressionante. Un gruppo, un bloc di giovani scaricava la rabbia accumulata per altri pestaggi, per vigliacche aggressioni, per una violenza cieca che loro stessi o loro amici avevano poco prima o poco più in là subìto da una qualche carica della polizia o dei carabinieri: anche questo è rimasto evidente nelle immagini. E quanto accaduto la notte di sabato alla sede del Centro media è solo l’espressione concentrata nel tempo e nello spazio di un comportamento tenuto dalla polizia in tutti i luoghi e le occasioni a Genova: giovani donne, persone inermi che scappavano o cercavano rifugio venivano massacrate a calci, con i manganelli, con gli scudi, in cinque, in dieci, a cerchio, non appena restavano soli, non appena incappavano in un nugolo di poliziotti: anche questo è rimasto evidente nelle immagini. Il bloc è l’unica salvezza che hai nella guerra di strada, come allo stadio: se sei isolato sei perduto, se rimani vicino ai tuoi amici non sarai preda dei tuoi nemici, della polizia, delle “guardie”. E’ una legge della natura, non della politica. La camionetta era rimasta isolata: dovevano pagare. E’ una legge della natura, non della politica. Ma il livello di quella violenza non può spiegarsi nella natura di Carlo, nella natura dei suoi compagni del bloc, nella natura del comportamento del branco, nella natura della guerra di strada: il livello di quella violenza può spiegarsi solo con l’efferata ferocia dimostrata dalle forze dell’ordine, con la gratuita disponibilità al massacro, con la predeterminata volontà a intimidire, a spaventare, a impaurire, con la sensazione di impunità che da troppo tempo caratterizza le forze di polizia. Che siano state le bestie della polizia penitenziaria a fare il lavoro sporco “a freddo” ci fa solo ricordare le botte che giorno dopo giorno le squadrette somministrano ai detenuti qualunque. Usare la pistola per uccidere è stato, in questo senso, solo un gradino della scala dell’imposizione della forza comunque.
Non c’è nulla da questo punto di vista che possa avvicinare i due giovani, e che ci ricordino la loro stessa età è solo maldestra retorica: l’uno, il carabiniere è l’arroganza del potere: persino nel panico può ricorrere ad essa e in maniera micidiale; l’altro è solo la furia di chi non ha mai alcun potere, di chi per una volta vorrebbe fargliela pagare, vorrebbe vederli scappare.
Non c’è nulla da compiacere in questo, in quello scontro così ravvicinato, così crudo, così essenziale, così esemplare, anzi: c’è da averne paura, orrore. Chi in questi giorni ha gridato, ha allarmato contro una situazione da Stato sudamericano, da polizia di un golpe, ha diecimila volte ragione. Chi chiama alla mobilitazione democratica magistrati, amministratori, giornalisti, legislatori, persino poliziotti, ha diecimila volte ragione. La strada è questa, quella della mobilitazione democratica, dell’opposizione puntuale, precisa, aperta, pacifica. Abbandonati a noi stessi, alla guerra di strada, siamo preda della loro violenza cieca e della nostra stessa furia. Preda della logica del bloc, della natura.
Ma in quella vita gettata contro l’arroganza del potere e della forza, in quel corpo martoriato per terra, devono essersi riconosciuti in tanti se così forte è stato il sostegno alle mobilitazioni di questi giorni, quei tanti, questa sì una moltitudine, che giorno dopo giorno, privi dei movimenti, privi delle mediazioni, sperimentano sulla propria pelle l’arroganza delle “guardie”, i soldati del Male.
Il luglio del ’60 di Genova fu la rivolta delle magliette a strisce – la divisa della gente qualunque di quegli anni – contro i caroselli assassini delle camionette di Tambroni, il ministro degli Interni che a tutti i costi voleva far tenere il raduno fascista; mi piacerebbe che tra i colori dei popoli di Seattle e di Porto Alegre, le mani bianche, le bandiere arcobaleno, il verde ecologista, le tute bianche, le facce variopinte di indigeni del Sud America o dell’Africa, le bandiere rosse, le tute nere, si ricordasse anche il colore di Carlo: quel drappo giallo-rosso.

Lanfranco Caminiti, Roma, 27 luglio 2001

Genova 2001 – Gli uomini neri – Men in black

Black bloc a Genova nel 2001

Uomini neri. Ragazzi. Con i volti coperti, le felpe con il cappuccio, le bandane, i passamontagna, i berrettini, le scarpe da ginnastica, i jeans, le magliette, le canotte. Vestiti per caso. Uomini neri. Ragazzi qualunque. Come il volto che si affaccia dalla foto-tessera di Carlo Giuliani, due occhi azzurri tranquilli, un taglio di capelli ordinato, un’immobilità catturata dal flash. Solo istantanea. Capace all’improvviso di una violenza estrema. Di giocarsi in un attimo la propria vita.
Feroce. Gratuita. Demente. Assurda. Provocatoria. La violenza degli uomini neri, dei ragazzi qualunque, esplosa nelle strade e nelle piazze di Genova è stata etichettata in mille modi. Tutti giusti, tutti veri, tutti reali. Non è questo il punto. La descrizione dei comportamenti visti e accaduti a Genova, delle vetrine spaccate, dei cassonetti incendiati, delle barricate erette, degli assalti a qualunque cosa, quella di piazza, era fedele e non poteva essere altrimenti. Quando mai la violenza è fine, razionale, ragionata, consapevole, libera, spontanea?
Prezzolati, infiltrati, collusi, sospetti, strani: ciascuno ha un episodio che ha visto, fotografato, filmato o che gli è stato raccontato da persona credibile e che attesta la bontà di quella definizione. Ma ciascuno di questi dettagli – veri o verosimili – non può spiegare la complessità di quello che è accaduto: un manipolo di incursori non può mettere a ferro e fuoco una città se non facendo leva su un sentimento di devastazione già vivo e impellente e pronto a esplodere. E questo è il punto.
Non molto tempo fa, un uomo assaltò da solo con una bottiglia molotov un treno, mettendo a repentaglio la vita di innocenti passeggeri. Fu ritrovato lungo i binari, morto, forse suicida. Con difficoltà gli fu data un’identità (a Carlo Giuliani è andata meglio, i suoi amici si sono battuti per lui): nessuno sembrava conoscerlo, le persone che aveva occasionalmente frequentato erano più che altro preoccupati di prendere le distanze, era un solitario, un emarginato – dissero tutti per rassicurarsi -, viveva di elemosine, di randagismo, di sue voci nella testa. Sarebbe andato a Genova quell’uomo? Avrebbe dato fuoco alla città?
Da dove viene questa violenza, da quali viscere insondabili e non sondate, quali urla grida che non trovano orecchie per ascoltarle, quali parole non trovano lingua per parlare, modi per organizzarsi, “coscienza” per diventare politica, fare sociale, comportamenti collettivi? Dove sono i sociologi che capiscono, gli intellettuali che ragionano e discettano, i politici che rappresentano, i giornalisti che scrivono, i preti che ascoltano gli ultimi, gli infimi?
Gli uomini neri, i ragazzi qualunque colpiscono tutto, negozi, banche, insegne, merci, case, cose, poliziotti, compagni. “Il n’y a pas des innocents” – non ci sono innocenti. Nostri talebani che minano i nostri Buddha. Danno fuoco alle nostre certezze, alle nostre coordinate. Non c’è potenza nei loro gesti, non c’è potere, solo furia devastatrice. Assassina e suicida, martire e colpevole, nuda. Violenza nuda, corpi nudi. Corpi come niente, su cui una jeep può passare e ripassare, quasi fosse un sasso, una scarpa, una busta, niente. Corpi non ricoperti dall’intelligenza dei movimenti, dalla capacità di inventare rappresentazione, di trattare i media, dalle tattiche, dall’uso del tempo, dalla pazienza di saper vincere e perdere in un lungo percorso, dalla storia. Si coprono solo con i cappucci o quel che capita, sono coperti solo da un lenzuolo quando cadono e l’umana pietà li avvolge.
Figli di questo tempo, incapaci di sopportare il dolore di questo tempo, forse più degli altri raccontano di questo tempo e della sua assurdità: in fuga, dalla famiglia, dal lavoro, dalla società, persino dai centri sociali. Ai margini. A Göteborg come a Genova. Figli di questo tempo, forse più d’altro ci mostrano cosa davvero accadrebbe se i poveri del mondo, gli esclusi, gli emarginati, i reietti, gli affamati, i condannati al “braccio della morte” di una vita quotidiana miserabile, improvvisamente arrivassero come cavallette, come una delle sette piaghe, nelle nostre ricche città. Carichi d’odio cieco. Spettri essi stessi, uomini neri, evocano uno spettro, un’apocalisse.
Eppure, che movimento sarebbe mai questo nuovo, enorme, forte, che nasce da Seattle e da Porto Alegre, che raccoglie gli operai americani e i contadini brasiliani, Internet e gli aiuti in medicine per un villaggio dell’Africa, che si preoccupa dei prezzi del caffè e degli OGM, del Chiapas e del copyright, se non ascoltasse anche loro, le loro ragioni, il loro dolore, la loro furia? Che movimento sarebbe mai questo se non fosse in grado di affrontare la paura che incutono, la loro stessa paura? La nostra stessa paura. La nostra stessa impazienza. Che movimento sarebbe mai questo se sembrasse solo in grado di “preparare le barricate e chiamare la polizia per rimuoverle”?
In un luglio di quaranta anni fa, a Torino, in piazza Statuto, durante lo sciopero degli operai Fiat, disoccupati, meridionali, operai, nullafacenti, curiosi assaltarono una sede sindacale della Uil al culmine di una esasperazione, per il lavoro, per la servitù quotidiana, per l’emarginazione cui erano oggetto in una città “perbene”. L’Unità del 9 luglio definirà la rivolta “tentativi teppistici e provocatori”, ed i manifestanti “elementi incontrollati ed esasperati”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati”, “anarchici, internazionalisti”. Anche allora si parlò di infiltrati, di provocatori, di fascisti, di aderenti ai sindacati gialli: ci furono foto e testimonianze. E molti di questi dettagli erano proprio veri. C’erano provocatori e fascisti, anche. Ma questo non poteva dar ragione di una “frattura” così evidente, lampante, significativa. Persino Panzieri, dei “Quaderni rossi”, aveva sospetti e perplessità, lui che più d’altri aveva lavorato e scritto e pensato alla comprensione dei nuovi fenomeni legati al lavoro operaio. Nacque in quella piazza, in quelle giornate un movimento operaio nuovo, che attraversò tutti gli anni sessanta e settanta e ha segnato significativamente non solo il pensiero “operaista” ma il nostro paese. Qui, però, non si vuol dire che nelle devastazioni di Genova si deve leggere un nuovo movimento sociale, ma che gli attrezzi della comprensione devono andare più in profondo di quelli che banalmente si usano quando appare qualcosa di inaspettato e che intimidisce forse anche per questo, una coazione a ripetere quel “infiltrati, provocatori, fascisti”.
I G8 finiscono o saranno diversi. E’ una grande vittoria dei movimenti. Come d’altronde Genova è stata una grande manifestazione di forza dei movimenti. Ma se i G8 finiscono è anche per loro. Per gli uomini neri. Per i ragazzi qualunque e la loro furia.

Lanfranco Camminiti, Roma, 22 luglio 2001

30 anni di Sabra e Shatila

Immagine di bambini assassinati a Sabra e Shatila
Bimbi di Sabra e Shatila

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Così si legge in un articolo pubblicato ieri da Globalist.it di Robert Fisk sulla strage di 30 anni fa nel campo profughi palestinese di Sabra e Shatila.

Una strage, un crimine contro l’umanità, di cui è responsabile Israele e Ariel Sharon, a quel tempo ministro della difesa di Israele, che fu l’architetto dell’invasione del Libano, ma per cui nessuno, ad oggi, è stato incriminato e giudicato.

Quando sento parlare di “giustizia internazionale” non posso fare a meno aprire, sul mio pc, la cartella “Immagini” e di andare in quella che si chiama “Sabra e Shatila”, per rinfrescarmi la memoria.

Facciamolo insieme:

1991 Batti il tuo tempo. Il documentario sulle posse a Roma

Copertina del disco degli Onda Rossa Posse

Il 1989 non è solo “il crollo del Muro di Berlino”, ma è anche la fine degli anni ’80. E se dal tetto del Leoncavallo di Milano i compagni rispondono allo sgombero con sassi e bottiglie, a Roma i compagni escono con una bomba culturale: Onda Rossa Posse, “Batti il tuo tempo”, se non il primo sicuramente il più importante pezzo hip-hop “politico” in italiano. Un pezzo che è storia, che racconta quello che succede nei centri sociali di seconda generazione dei primi anni novanta.

1990, una pantera si aggira per le strade di Roma. Non si sa se è vero, ma sicuramente è vero quello che succede nelle università da nord a sud dello stivale: è la Pantera, un movimento come non se ne vedevano dagli anni ’70, che torna a contestare radicalmente lo stato di cose presenti.

Tutto questo e molto più e l’inizio di un ciclo che finirà nel sangue a Genova nel luglio del 2001. Ed è in parte raccontato da questo bel video. Per non dimenticare.

http://video.google.com/videoplay?docid=5205310292464317394

Luglio 2001: io ricordo Genova

Immagini da Genova 2001
Normale repressione a Genova nel 2001

In questi giorni di 10 anni fa ragionavo se andare a Genova o no. La questione non era semplice, perché già sapevo che la stragrande maggioranza dei miei compagni andavano; alcuni c’erano già, a s/battersi per riuscire a strappare quello che poi diventerà il media center dalle mani dei burocrati di tutte le razze e farne quel che poi è stato: uno spazio aperto e di condivisione, libero politicamente ma anche tecnicamente, visto che già allora c’erano pc con solo GNU/Linux installato.

Ci sarebbe andata la mia compagna, e tanti amici.

Ma io non volevo andarci, ero contrario politicamente al trappolone di Genova: in molti, se non tutti, già si sapeva che sarebbe stato un trappolone; nessuno si immaginava, però, il livello di violenza espressa dallo stato; e infatti con questi si tentò di proporre un’alternativa:

TURNOFF G8: Tutti a Varazze!

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E noi si sta a guardare

La classe dirigente
La classe dirigente

Sono un po’ di mesi che sul globo terracqueo succedono delle cose. Cose che, probabilmente, fra qualche anno i nostri figli o nipoti studieranno sui libri di storia: la crisi economica che ha spazzato via lo stato sociale novecentesco – così come la caduta del muro di Berlino spazzò via il “Comunismo” (e chi non vede il legame tra i due avvenimenti, peste lo colga); il rischio di fallimento di alcuni stati europei, indebitati con quelle banche che sono state la causa principale della crisi di cui sopra, ma che sono state le uniche organizzazioni non solo a non subirne gli effetti – a subirli in maniera marginale – ma anche ad essere state lautamente salvate col denaro pubblico; il ritorno delle rivolte per il pane, soprattutto nei paesi più poveri; il ritorno, pure, della “rivoluzione”, parola tabù del nuovo millennio. Ritornata non in Occidente, bensì in nord Africa, presso quegli stati “islamici” che noi eurocentrici ci immaginavamo culturalmente inesistenti e politicamente bloccati da un radicalismo religioso semi terroristico. Tutto questo in un quadro di guerra internazionale ormai continua, con gli USA che cercano di mantenere – con la forza delle armi – quel poco di dominio mondiale che gli è rimasto, e la Cina che se lo conquista con un’economia – schiavista – che cresce a ritmi inimmaginabili da noi.

Da noi, intanto, siamo in pieno revival da basso Impero, con Presidente del Consiglio che ormai si occupa esclusivamente a salvarsi il culo (flaccido, pare), buttando in malora quel poco di “democratico” che è rimasto del nostro Stato, in un conflitto aperto e perenne tra le istituzioni – esecutivo contro magistratura; presidenza della repubblica contro esecutivo; magistratura con magistratura; ministri contro funzionari pubblici; Stato e Mafia (ma dov’è la differenza?) contro cittadini – e parte del paese che ormai è seriamente intenzionata a scollarsi di dosso la sua parte di responsabilità per il benessere collettivo, in un rigurgito xenofobo ed individualista che dovrebbe far paura, se ci fosse ancora qualcuno in grado di percepire queste cose.

In questo marasma tragicomico – sempre più tragico e sempre meno comico – il meglio che la Sinistra riesce a proporre è la retorica d’antan di Nichi Vendola, che cerca di battere Berlusconi con le sue armi: il personalismo e le vuote chiacchiere che dovrebbero far leva non si sa bene su cosa, vista la situazione politico – culturale generale scaturita da 15 – 20 anni di lavaggio del cervello mediatico a tutto tondo. Chi, come me, è appassionato di letteratura cyberpunk – l’unica veramente realista degli ultimi anni, assieme a qualcosa del postmoderno – e di Neal Stephenson in particolare, si sentirà assolutamente a casa, in quesata situazione. Purtroppo.

Ma “noi”, che fine abbiamo fatto? Dov’è finita l’intelligenza collettiva che portò in Italia gli aspetti più innovativi della rete quando ancora nel nostro paese il massimo ri/conosciuto a livello collettivo era il Fax? Dove sono finiti quegli intellettuali scalzi che riuscivano ad annusare le novità culturali, politiche, tecnologiche e sapevano poi riproporle rinnovate, radicalizzate, sul nostro triste scenario?

Dall’alto del mio eremo montano – ecco perché alto – non vedo più che nebbia. La lontananza rende tutto più piccolo, la soppravivenza mi toglie tempo ed energia, ed al massimo riesco a scorgere, o penso di scorgere, i tratti generali delle dinamiche – la tendenza, si diceva pomposamene una volta – senza più la capacità di percepire il dettaglio e di metterlo a frutto.

Se qualcosa riesco ad immaginare, di un futuro che percepisco sempre più fosco, è un ritorno ad un collettivismo della sopravvivenza – Società di Mutuo Soccorso, Cooperative di Consumo, Società Operaie – in un tentativo di recuperare socialità dalla necessità, sperando – sognando? – che questo aiuti a riconnettere esperienze, a riprodurre composizione dove ormai domina l’individualità, il timore, il sospetto.

Una fatica improba, che spesso si rifugge per stanchezza e delusione, per pigrizia ed incapacità. Ci si contenta a tirare avanti, si schiva il disastro, quando ci si riesce, e ci si racconta che, comunque, siamo sempre Compagni, perché ritwittiamo le notizie di chi la Rivoluzione la sta facendo per davvero.

Ed ora vado a tagliare la legna.

T. A. Z.

Hakim Bey
Hakim Bey

Dopo tanti anni ho ripreso in mano il bel libro del grande Hakim Bey, T. A. Z., pubblicato nell’ormai lontano 1993 per i tipi della Shake. Un libro che per me fu una delle grandi svolte intellettuali (si fa per dire …) della mia vita: ero nel periodo di transizione dall’autonomo leoncavallino duro e puro (anche qui, si fa per dire …), verso … boh, qualcosa che oggi definirei libertario. Un percorso lungo, che non è ancora finito (per fortuna …), che mi ha portato a rivedere tante cose, quasi tutte quelle fondanti, dal punto di vista dell’identità, rispetto al periodo precedente: il definirsi comunista, avere nell’organizzazione (non nel partito, giammai, che da noi il partito E’ il PCI, ed un autonomo ha proprio il PCI come uno dei principali nemici… e viceversa, ovviamente! Poi con gli anni mi accorsi che dire organizzazione e dire partito era sostanzialmente parlare della stessa cosa usando etichette diverse) il centro della propria attività, vedere nella rivoluzione russa l’inizio di un ciclo di lotte vincenti… e tante altre…

Continue reading “T. A. Z.”

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Prendo spunto da un po’ di cose che sono successe e stanno succedendo negli ultimi mesi, per cercare di avviare un ragionamento, una proposta di riflessione ma anche di azione (chi è che diceva che teoria e prassi devono sempre andare di pari passo?).

Sicuramente lo spunto principale è la faccenda Wikileaks, e tutto quello che sta succedendo da che è scoppiato il caso cablegate.

Di punto in bianco un sito importante e conosciuto come quello di Wikileaks s’è trovato sotto attacco, con lunghi momenti di buio totale, senza più dns, senza più copertura finanziaria (gli hanno chiuso il conto su paypal, la visa e la mastercard, etc etc), col solo supporto pratico della comunità hacker e di chi si occupa di libertà della rete. Sicuramente c’è stata anche una bella e pronta reazione da parte nostra, ma con che reale possibilità di incidere?

Un attacco pubblico, frontale, come non se n’erano mai visti primi – a mia memoria. Tutta la retorica della rete libera, della democrazia e bla bla bla è stata accantonata in un attimo.

Con che conseguenze per tutt@ noi?

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Mela marcia. La mutazione genetica di Apple

Mela marcia

La mutazione genetica di Apple

di NGN

Mela marcia
Mela marcia

Hanno sfondato la porta di casa con la furia devastatrice delle teste di cuoio. Hanno rovistato nell’appartamento del blogger californiano Jason Chen sequestrando computer e archivi. Il tutto per venire a capo del giallo della scomparsa di un segretissimo prototipo di iPhone 4, dimenticato in un bar “per una birra di troppo”.

Nata in un garage con la bandiera dei pirati sventolante, creata da un ex hippy e da un hacker, oggi Apple lancia strali contro i software liberi, promuove crociate antiporno e dichiara dissanguanti guerre di brevetti. Sullo sfondo pulsano la guerra dei formati, del web e delle libertà digitali. Apple non è più l’azienda dei creativi che anni fa ci esortava con il Think Different, ma il peggior nemico dell’underground digitale, come dimostra il blitz contro il blogger di Gizmodo che ha realizzato lo scoop dell’anno: le foto in anteprima dell’iPhone 4G. Mela Marcia parte da questa vicenda per sviscerare cosa si nasconde dietro alla mutazione di Apple: la mania della segretezza, l’astuto ruolo del messia laico Steve Jobs, il potere del marketing aggressivo e il bluff dell’iPad. Il volume è completato dalla storia del giornalismo 2.0 nell’era di blogger coraggiosi e di “gossip merchant”.
Mela marcia è anche un libro interattivo: grazie ai codici QR sparsi nel testo è possibile accedere ad approfondimenti e filmati in rete, tramite uno smartphone e un’applicazione (rigorosamente free).

NGN è formato da
Ferry Byte, cyber-hacktivist della prima ora, fondatore della mailing list Cyber Rights. È autore di I motori di ricerca nel caos della rete.
Mirella Castigli scrive su Pc Magazine, Computer Idea e ITespresso.it dal 2000.
Caterina Coppola, editor di Gizmodo Italia e giornalista presso la redazione di Gay.it.
Franco Vite, storico ed esperto di GNU/Linux, tiene corsi sui software liberi.

128 pp. – Illustrato

ISBN 978-88-95029-40-5

Questo libro non finisce qui. È un continuo work in progress pensato per non restare chiuso tra due copertine, ma per continuare a raccontare storie (di Apple, ma anche di moltissime altre aziende, realtà e situazioni dell’IT) di cui di solito non si parla.
Per sapere come continua la storia andate su nessungrandenemico.org