30 anni di Sabra e Shatila

Immagine di bambini assassinati a Sabra e Shatila
Bimbi di Sabra e Shatila

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Così si legge in un articolo pubblicato ieri da Globalist.it di Robert Fisk sulla strage di 30 anni fa nel campo profughi palestinese di Sabra e Shatila.

Una strage, un crimine contro l’umanità, di cui è responsabile Israele e Ariel Sharon, a quel tempo ministro della difesa di Israele, che fu l’architetto dell’invasione del Libano, ma per cui nessuno, ad oggi, è stato incriminato e giudicato.

Quando sento parlare di “giustizia internazionale” non posso fare a meno aprire, sul mio pc, la cartella “Immagini” e di andare in quella che si chiama “Sabra e Shatila”, per rinfrescarmi la memoria.

Facciamolo insieme:

1991 Batti il tuo tempo. Il documentario sulle posse a Roma

Copertina del disco degli Onda Rossa Posse

Il 1989 non è solo “il crollo del Muro di Berlino”, ma è anche la fine degli anni ’80. E se dal tetto del Leoncavallo di Milano i compagni rispondono allo sgombero con sassi e bottiglie, a Roma i compagni escono con una bomba culturale: Onda Rossa Posse, “Batti il tuo tempo”, se non il primo sicuramente il più importante pezzo hip-hop “politico” in italiano. Un pezzo che è storia, che racconta quello che succede nei centri sociali di seconda generazione dei primi anni novanta.

1990, una pantera si aggira per le strade di Roma. Non si sa se è vero, ma sicuramente è vero quello che succede nelle università da nord a sud dello stivale: è la Pantera, un movimento come non se ne vedevano dagli anni ’70, che torna a contestare radicalmente lo stato di cose presenti.

Tutto questo e molto più e l’inizio di un ciclo che finirà nel sangue a Genova nel luglio del 2001. Ed è in parte raccontato da questo bel video. Per non dimenticare.

http://video.google.com/videoplay?docid=5205310292464317394

Luglio 2001: io ricordo Genova

Immagini da Genova 2001
Normale repressione a Genova nel 2001

In questi giorni di 10 anni fa ragionavo se andare a Genova o no. La questione non era semplice, perché già sapevo che la stragrande maggioranza dei miei compagni andavano; alcuni c’erano già, a s/battersi per riuscire a strappare quello che poi diventerà il media center dalle mani dei burocrati di tutte le razze e farne quel che poi è stato: uno spazio aperto e di condivisione, libero politicamente ma anche tecnicamente, visto che già allora c’erano pc con solo GNU/Linux installato.

Ci sarebbe andata la mia compagna, e tanti amici.

Ma io non volevo andarci, ero contrario politicamente al trappolone di Genova: in molti, se non tutti, già si sapeva che sarebbe stato un trappolone; nessuno si immaginava, però, il livello di violenza espressa dallo stato; e infatti con questi si tentò di proporre un’alternativa:

TURNOFF G8: Tutti a Varazze!

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E noi si sta a guardare

La classe dirigente
La classe dirigente

Sono un po’ di mesi che sul globo terracqueo succedono delle cose. Cose che, probabilmente, fra qualche anno i nostri figli o nipoti studieranno sui libri di storia: la crisi economica che ha spazzato via lo stato sociale novecentesco – così come la caduta del muro di Berlino spazzò via il “Comunismo” (e chi non vede il legame tra i due avvenimenti, peste lo colga); il rischio di fallimento di alcuni stati europei, indebitati con quelle banche che sono state la causa principale della crisi di cui sopra, ma che sono state le uniche organizzazioni non solo a non subirne gli effetti – a subirli in maniera marginale – ma anche ad essere state lautamente salvate col denaro pubblico; il ritorno delle rivolte per il pane, soprattutto nei paesi più poveri; il ritorno, pure, della “rivoluzione”, parola tabù del nuovo millennio. Ritornata non in Occidente, bensì in nord Africa, presso quegli stati “islamici” che noi eurocentrici ci immaginavamo culturalmente inesistenti e politicamente bloccati da un radicalismo religioso semi terroristico. Tutto questo in un quadro di guerra internazionale ormai continua, con gli USA che cercano di mantenere – con la forza delle armi – quel poco di dominio mondiale che gli è rimasto, e la Cina che se lo conquista con un’economia – schiavista – che cresce a ritmi inimmaginabili da noi.

Da noi, intanto, siamo in pieno revival da basso Impero, con Presidente del Consiglio che ormai si occupa esclusivamente a salvarsi il culo (flaccido, pare), buttando in malora quel poco di “democratico” che è rimasto del nostro Stato, in un conflitto aperto e perenne tra le istituzioni – esecutivo contro magistratura; presidenza della repubblica contro esecutivo; magistratura con magistratura; ministri contro funzionari pubblici; Stato e Mafia (ma dov’è la differenza?) contro cittadini – e parte del paese che ormai è seriamente intenzionata a scollarsi di dosso la sua parte di responsabilità per il benessere collettivo, in un rigurgito xenofobo ed individualista che dovrebbe far paura, se ci fosse ancora qualcuno in grado di percepire queste cose.

In questo marasma tragicomico – sempre più tragico e sempre meno comico – il meglio che la Sinistra riesce a proporre è la retorica d’antan di Nichi Vendola, che cerca di battere Berlusconi con le sue armi: il personalismo e le vuote chiacchiere che dovrebbero far leva non si sa bene su cosa, vista la situazione politico – culturale generale scaturita da 15 – 20 anni di lavaggio del cervello mediatico a tutto tondo. Chi, come me, è appassionato di letteratura cyberpunk – l’unica veramente realista degli ultimi anni, assieme a qualcosa del postmoderno – e di Neal Stephenson in particolare, si sentirà assolutamente a casa, in quesata situazione. Purtroppo.

Ma “noi”, che fine abbiamo fatto? Dov’è finita l’intelligenza collettiva che portò in Italia gli aspetti più innovativi della rete quando ancora nel nostro paese il massimo ri/conosciuto a livello collettivo era il Fax? Dove sono finiti quegli intellettuali scalzi che riuscivano ad annusare le novità culturali, politiche, tecnologiche e sapevano poi riproporle rinnovate, radicalizzate, sul nostro triste scenario?

Dall’alto del mio eremo montano – ecco perché alto – non vedo più che nebbia. La lontananza rende tutto più piccolo, la soppravivenza mi toglie tempo ed energia, ed al massimo riesco a scorgere, o penso di scorgere, i tratti generali delle dinamiche – la tendenza, si diceva pomposamene una volta – senza più la capacità di percepire il dettaglio e di metterlo a frutto.

Se qualcosa riesco ad immaginare, di un futuro che percepisco sempre più fosco, è un ritorno ad un collettivismo della sopravvivenza – Società di Mutuo Soccorso, Cooperative di Consumo, Società Operaie – in un tentativo di recuperare socialità dalla necessità, sperando – sognando? – che questo aiuti a riconnettere esperienze, a riprodurre composizione dove ormai domina l’individualità, il timore, il sospetto.

Una fatica improba, che spesso si rifugge per stanchezza e delusione, per pigrizia ed incapacità. Ci si contenta a tirare avanti, si schiva il disastro, quando ci si riesce, e ci si racconta che, comunque, siamo sempre Compagni, perché ritwittiamo le notizie di chi la Rivoluzione la sta facendo per davvero.

Ed ora vado a tagliare la legna.

T. A. Z.

Hakim Bey
Hakim Bey

Dopo tanti anni ho ripreso in mano il bel libro del grande Hakim Bey, T. A. Z., pubblicato nell’ormai lontano 1993 per i tipi della Shake. Un libro che per me fu una delle grandi svolte intellettuali (si fa per dire …) della mia vita: ero nel periodo di transizione dall’autonomo leoncavallino duro e puro (anche qui, si fa per dire …), verso … boh, qualcosa che oggi definirei libertario. Un percorso lungo, che non è ancora finito (per fortuna …), che mi ha portato a rivedere tante cose, quasi tutte quelle fondanti, dal punto di vista dell’identità, rispetto al periodo precedente: il definirsi comunista, avere nell’organizzazione (non nel partito, giammai, che da noi il partito E’ il PCI, ed un autonomo ha proprio il PCI come uno dei principali nemici… e viceversa, ovviamente! Poi con gli anni mi accorsi che dire organizzazione e dire partito era sostanzialmente parlare della stessa cosa usando etichette diverse) il centro della propria attività, vedere nella rivoluzione russa l’inizio di un ciclo di lotte vincenti… e tante altre…

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Internet, dalle apps a Wikileaks: una svolta. Verso dove?

Logo Wikileaks

Logo Wikileaks
Wikileaks

Prendo spunto da un po’ di cose che sono successe e stanno succedendo negli ultimi mesi, per cercare di avviare un ragionamento, una proposta di riflessione ma anche di azione (chi è che diceva che teoria e prassi devono sempre andare di pari passo?).

Sicuramente lo spunto principale è la faccenda Wikileaks, e tutto quello che sta succedendo da che è scoppiato il caso cablegate.

Di punto in bianco un sito importante e conosciuto come quello di Wikileaks s’è trovato sotto attacco, con lunghi momenti di buio totale, senza più dns, senza più copertura finanziaria (gli hanno chiuso il conto su paypal, la visa e la mastercard, etc etc), col solo supporto pratico della comunità hacker e di chi si occupa di libertà della rete. Sicuramente c’è stata anche una bella e pronta reazione da parte nostra, ma con che reale possibilità di incidere?

Un attacco pubblico, frontale, come non se n’erano mai visti primi – a mia memoria. Tutta la retorica della rete libera, della democrazia e bla bla bla è stata accantonata in un attimo.

Con che conseguenze per tutt@ noi?

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Mela marcia. La mutazione genetica di Apple

Mela marcia

La mutazione genetica di Apple

di NGN

Mela marcia
Mela marcia

Hanno sfondato la porta di casa con la furia devastatrice delle teste di cuoio. Hanno rovistato nell’appartamento del blogger californiano Jason Chen sequestrando computer e archivi. Il tutto per venire a capo del giallo della scomparsa di un segretissimo prototipo di iPhone 4, dimenticato in un bar “per una birra di troppo”.

Nata in un garage con la bandiera dei pirati sventolante, creata da un ex hippy e da un hacker, oggi Apple lancia strali contro i software liberi, promuove crociate antiporno e dichiara dissanguanti guerre di brevetti. Sullo sfondo pulsano la guerra dei formati, del web e delle libertà digitali. Apple non è più l’azienda dei creativi che anni fa ci esortava con il Think Different, ma il peggior nemico dell’underground digitale, come dimostra il blitz contro il blogger di Gizmodo che ha realizzato lo scoop dell’anno: le foto in anteprima dell’iPhone 4G. Mela Marcia parte da questa vicenda per sviscerare cosa si nasconde dietro alla mutazione di Apple: la mania della segretezza, l’astuto ruolo del messia laico Steve Jobs, il potere del marketing aggressivo e il bluff dell’iPad. Il volume è completato dalla storia del giornalismo 2.0 nell’era di blogger coraggiosi e di “gossip merchant”.
Mela marcia è anche un libro interattivo: grazie ai codici QR sparsi nel testo è possibile accedere ad approfondimenti e filmati in rete, tramite uno smartphone e un’applicazione (rigorosamente free).

NGN è formato da
Ferry Byte, cyber-hacktivist della prima ora, fondatore della mailing list Cyber Rights. È autore di I motori di ricerca nel caos della rete.
Mirella Castigli scrive su Pc Magazine, Computer Idea e ITespresso.it dal 2000.
Caterina Coppola, editor di Gizmodo Italia e giornalista presso la redazione di Gay.it.
Franco Vite, storico ed esperto di GNU/Linux, tiene corsi sui software liberi.

128 pp. – Illustrato

ISBN 978-88-95029-40-5

Questo libro non finisce qui. È un continuo work in progress pensato per non restare chiuso tra due copertine, ma per continuare a raccontare storie (di Apple, ma anche di moltissime altre aziende, realtà e situazioni dell’IT) di cui di solito non si parla.
Per sapere come continua la storia andate su nessungrandenemico.org

Lo s/fascio della scuola pubblica

Arcidosso, provincia di Grosseto. Zona di montagna, area economicamente depressa. Se perdi il lavoro hai 3 scelte reali, oltre alla solita italiana (essere amico di qualcuno che ti aiuta ad entrare in qualche situazione para-pubblica a calci nel culo):

  1. lavorare nei cantieri;
  2. lavorare in campagna;
  3. emigrare.

Arcidosso, Istituto Professionale “Leonardo Da Vinci”. Una scuola di montagna, non tanto grande ma coi problemi dei grandi:  molti ragazzi con disagio, parecchi stranieri arrivati da poco o da pochissimo. Un corpo docenti compatto e una dirigenza il cui scopo principale è far crescere gli studenti. Classi non tanto grandi, molti progetti, la possibilità di insegnare e studiare come si deve.

Tutte cose che non vanno bene nella nuova strabiliante riforma di Mary Star, il reggimoccolo del capo del governo, il boscaiolo tremebondo Tremonti.

Infatti quest’anno arrivano le grandi novità: se con lo stesso numero di ragazzi l’anno scorso si facevano due classi, con la “riforma” quest’anno diventano una di 32 ragazzi, di cui 4 diversamente abili (e un solo insegnante di sostegno per area), 10 stranieri di 6 nazionalità diverse.

E la didattica? ‘Fanculo la didattica, questi sono asini del professionale, sono animali, mica ragazzi. Devono sucarsi quel che dice il Capo, stare zitti e buoni, imparare un mestiere il più possibile ignorante e disumano, imparare a lavorare ed obbedire, e che non rompano tanto i coglioni.

Quest’anno su 40.000 insegnanti che sono usciti dalla scuola tra pensioni e pre-pensionamenti, ne sono entrati 17.000. Il sostegno è stato ridotto di 1/3. Siamo penultimi tra i paesi OCSE per percentuale del PIL dato all’istruzione (dietro di noi solo la Slovacchia, ma è una nazione nuova e povera, ci supererà presto).

http://www.youtube.com/watch?v=IsplyNMT9i8

Morale della favola? Se hai i soldi vai nelle scuola private – le uniche ad aver ricevuto finanziamenti statali; se non li hai, fatti il mazzo, pedala, altrimenti – come ha detto l’altro ieri Tremonti, c’è sempre l’emigrazione…

Il tutto nell’assordante silenzio dell’opposizione (stavo per dire “sinistra”, ma il buon gusto mi ha fermato…).

PS

Com’è che si chiamava? Don Milani mi pare …

Dell’omicidio di Giorgiana Masi e del suo mandante, Kossiga (boia!)

Giorgiana Masi

Giorgiana Masi
Giorgiana Masi

In questi giorni di lutto bipartisan, come si dice oggi – che in italiano popolare si può comodamente tradurre in “paraculo” – abbiamo sentito, anzi, avete sentito dire quanto era bravo e buono ed illuminato e colto e profondo e potente quel pezzo di merda di Francesco “Boia” Kossiga.

Non servirà a nulla, ma voglio dilettarmi in un delle mie più antiche passioni, e cioè la storia, ed in particolare la storia dei movimenti negli anni ’70.

Una di queste possibili storie è quella di Giorgiana Masi, giovane femminista simpatizzante dei Radicali (allora era possibile, per quanto oggi possa apparire incredibile ad un giovane…), che decise, il 12 maggio 1977, di partecipare ad una manifestazione non autorizzata dal ministro dell’interno, giust’appunto Francesco “Boia” Kossiga. Non autorizzata come tutte le altre possibili nella capitale, dopo la morte dell’agente Passamonti in alcuni scontri di piazza.

Maggio ’77, quindi, in pieno “governo delle astensioni”, monocolore Dc guidato dal mafioso Andreotti Giulio grazie all’astensione in parlamento dei Compagni del Partito Comunista Italiano (a noi!).

Fin dal primo pomeriggio la tensione è molto alta. A quanti difendono il diritto di manifestare con brevi cortei e fortunose barricate, le forze di polizia rispondono sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Anche numerosi fotografi, giornalisti, passanti e il deputato Mimmo Pinto sono picchiati e maltrattati. Con il passare delle ore la resistenza della piazza si fa più decisa, e vengono lanciate le prime molotov. Mentre nelle strade sono in corso gli scontri, i parlamentari radicali protestano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, fra gli insulti di quasi tutte le forze politiche. Mancano pochi minuti alle 20 quando, durante una carica, due ragazze sono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri. Elena Ascione rimane ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del liceo Pasteur, viene centrata alla schiena. Muore durante il trasporto in ospedale”.

(http://www.reti-invisibili.net/giorgianamasi/)

Sono subito chiare le responsabilità delle forze del dis/ordine, polizia in testa – e quindi ministero dell’interno, e subito il clima si intorbidisce grazie a silenzi, omertà e tutta la merda vile e fascista tipica delle istituzioni italiane in quegli anni e non solo.

Tutto ciò non basterà, per fortuna, a fermare la verità storica, ormai appurata grazie a testimonianze dirette, foto e video.

Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell’Interno, porteranno il governo a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Cossiga, dopo aver elogiato il 13 maggio in Parlamento “il grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine, modificherà più volte la propria versione dei fatti. Costretto dall’evidenza ad ammettere la presenza delle squadre speciali – tra gli uomini in borghese armati furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l’agente della squadra mobile Giovanni Santone – continuerà però a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da vari testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati”.

( http://www.reti-invisibili.net/giorgianamasi/)

Emergono così le vicende delle squadre speciali di Kossiga (boia!), agenti di polizia camuffati da sbirri, che pistole alla mano iniziano a sparacchiare ad altezza d’uomo.

Un video dei radicali sarà ancora più chiaro, con nomi e cognomi e la viva (allora) voce del ministro dell’interno, Francesco “Boia” Kossiga:

Mi fermo, non c’è bisogno di dilungarsi su questa storia, ampiamente e efficacemente  racconta sulla rete, con foto e dovizia di particolari. Mi accontenterò di qualche link.

Lascio con le parole illuminanti del Presidente, come tutti lo chiamano, rilasciate nel 2008 al Quotidiano Nazionale durante le proteste del movimento studentesco dell’Onda:

“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì”.

(http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/23/%C2%ABvoglio-sentire-il-suono-delle-ambulanze%C2%BB/)

Purtroppo è morto… solo ora, e senza soffrire neanche un minimo di quello che avrebbe meritato.

7 luglio 1960: per non dimenticare i morti di Reggio Emilia

 

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo".

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