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Il blog di caparossa

Marazzi e morti ammazzati

caparossa | 27 Ottobre, 2009 13:45

In un paese culturalmente arretrato come il nostro, soprattutto dal punto di vista sessuale (e come poteva essere altrimenti, siamo occupati dal Vaticano!), non stupisce che il grosso della comunicazione politica di questi mesi sia incentrato sui divertimenti goderecci, sui pruriti di alcuni nostri politici: il Presidente del Consiglio prima, quello della Regione Lazio ora; ma chi lo scorda il mitico et cattolicissimo Mele, antesignano di tutto ciò, un uomo che veramente era avanti!
In un paese colonizzato mediaticamente come il nostro, non stupisce neanche che l'altro grande argomento collegato a questi fatti, l'uso intensivo di cocaina nei sexy party di cui sopra, sia appena accenato, e via. Sciocchezzuole.
Tanto nelle vicende berlusconiane che in quelle marazziane, oltre al sesso a pagamento non mancava mai una spolverata - e consistente - di polvere bianca. D'altronde, poretti, con quanto lavorano, quando poi vogliono andare a svuotarsi i coglioni se non pippano un po' col cazzo che gli tira. E scusate i francesismi.

Di fondo me ne fotterei di tutto sto po po di porcile: non mi stupisce, mi fa un po' schifo, ma tutto sommato sono normalissime scene da fine dell'impero romano.

Non fosse che la gente muore.

Non il miliardo di morti di fame dei vari terzi, quarti e quinti mondi, che quello è normale. E manco i profughi sui barconi, che pure quello è normale. Anzi, se qualcuno si comporta decentemente e li aiuta, 'mazza, c'è da rimanerci esterefatti (e rischiano pure la galera).

No, muore la gente trovata per strada con un pezzetto di fumo, o con un grammo d'erba, o che è uscita da un rave o da una discoteca e forse è un po' di fuori.
Questi, soggetti sicuramente pericolosi, muoiono pistati dalle guardie in galera. Se non direttamente per strada, così non c'è neanche da pulire:
 
Solo per citarne alcuni.
 
Ma questi, d'altronde, mica è gente che lavora! Mica sono importanti uomini politici che gestiscono la cosa pubblica e che, quindi, hanno bisogno del sacrosanto svago, eh!
Di questi non c'è da parlare tanto, da fare tanto baccano, che le lezioni vano impartite nel locale, in viva voce, senza passare troppo per i mezzi di comunicazione.
Ma, ci si chiede: e i Democratici? Che dicono di tutto ciò?
Beh, dei morti ammazzati nulla, che poi c'è il rischio di passare di sinistra, e non sia mai! Degli altri tanto, che sai, sono l'alternativa, loro ...

Stampa Alternativa, ci risiamo coi fascisti

caparossa | 07 Ottobre, 2009 09:31

Ci risiamo, dopo aver aspettato che le acque si calmassero dopo l'appuntamento mancato con i ratti di casapound (vedi questo, quest'altro e quest'ultimo articolo), il buon Marcello Baraghini, triste patron della storica casa editrice Stampa Alternativa, torna alla carica del suo nuovo target editoriale: i più fetenti neofascisti, sicuramente un pubblico più grande e ricco in questa miserrima italietta berlusconiana. Come? Ma pubblicando libercoli immondi e revisionisti, a partire da questo sul Che:

Mario La Ferla, L'ALTRO CHE. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante

Non l'ho letto - e non intendo leggerlo - ma mi sono avvalso e fidato della recensione di Antonio Moscato, uno dei più seri ed equilibrati studiosi della Cuba rivoluzionaria, critico impietoso e libertario. Di seguito, dal manifesto di ieri:

Antonio Moscato

Che Guevara, un comunista a Casa Pound

Non è sorprendente che i fascisti di Casa Pound cerchino di appropriarsi del «mito del Che». Il 9 ottobre «celebreranno» la morte di Guevara presentando un libro di Mario La Ferla, L'altro Che. Ernesto Guevara, mito e simbolo della destra militante (Stampa Alternativa, Roma, 2009) con la partecipazione di oratori anche «di sinistra», ma non dell'autore (la casa editrice pare non voglia)). Presentarsi a volte come rivoluzionaria, è una vecchia tecnica della destra, dal fascismo «diciannovista» di Mussolini in poi. Stavolta non fanno nessuna fatica a utilizzare il libro di Mario La Ferla, che parla del Che per poche pagine (con sviste e sfondoni vari), e per il resto è una rifrittura di luoghi comuni su Catilina, D'Annunzio, Pavolini, Bombacci, Perón, il «nazional-bolscevico» Limonov, ecc. Tra i suoi «autori» c'è perfino quell'Andrea Insabato, che mise una bomba al manifesto.
La Ferla è stato spinto a occuparsi di Guevara da un articolo di Gabriele Adinolfi, presentato nel libro in termini apologetici. Si capisce perché: l'autore ha semplicemente scaricato la presentazione del terrorista nero fondatore di Terza posizione dal suo sito. Il libro rivela poche e superficiali letture, segnalate alla rinfusa, tra cui spicca Alvarito Vargas Llosa. A Casa Pound non si sono sbagliati quindi a invitare La Ferla. Glielo lasceremmo proprio volentieri. Ma Guevara no. La Ferla tenta di accreditare un Che di destra perché «influenzato da Perón», di cui evidentemente non sa nulla, e che considera tout court fascista. Un contatto diretto tra i due vi fu, non durante il viaggio del 1959 nei paesi ex coloniali, come scrive, ma nel 1964, e aveva ben altro senso. Era stato preparato da molti peronisti di sinistra che si addestravano a Cuba (e che formeranno i montoneros). La direzione cubana aveva offerto allora senza successo a Perón, ancora appoggiato da gran parte della classe operaia argentina, di trasferirsi a Cuba per preparare un ritorno di lotta. L'ambiguità di Perón si doveva chiarire - con la tragica svolta a destra - solo dopo il suo ritorno in patria - v. «Quaderno n. 3» della fondazione Guevara, con preziose testimonianze di argentini. Era comunque inverosimile che Perón avesse presentato il Che a Boumedienne: il rapporto di Guevara con l'Algeria era strettissimo, ma con Ben Bella, con cui c'era una sintonia profonda. Il colpo di Stato di Boumedienne parve e fu una catastrofe per l'impresa congolese in preparazione.
La vera incompatibilità tra i fascisti di qualunque genere e il Che nasce dalle caratteristiche essenziali del pensiero e dell'azione di Guevara. Prima di tutto dal suo internazionalismo, al tempo stesso etico (sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato in qualsiasi parte del mondo) e materialista (stabilire intese con altri paesi produttori di zucchero, per evitare di farsi la concorrenza). Altrettanto lontano dal fascismo, anzi anti-fascista, il suo «dobbiamo saper essere duri senza perdere la tenerezza», che difendeva come inevitabili le misure di autodifesa di una rivoluzione uscita da una lotta feroce, ma vigilava contro i pericoli di involuzione autoritaria. Esemplare un discorso severissimo del '62 ai membri della Seguridad contro la tendenza a inventarsi nemici.
Altra caratteristica del Che, che lo rendeva diversissimo sia dai politici borghesi (democratici o fascisti)sia da quelli del «socialismo reale», era l'assenza di ogni indulgenza per i propri errori, in cui ricercava la prima causa di ogni male.
Ma basterebbe l'internazionalismo del Che a ridicolizzare ogni pretesa di annetterlo al fascismo. Un internazionalismo che presto rifiuta ogni «campismo», e cerca legami diretti con i movimenti di liberazione, non con gli Stati, e anzi ne vuole controbilanciare l'influenza. Basterebbe aver letto il Messaggio alla Tricontinentale e il Discorso di Algeri, con le sue critiche severe ai «paesi socialisti», per capirlo. Va detto con tristezza che gran parte della sinistra, anche quando rende omaggio al Che, ne ignora questa dimensione. E a chi cerca di annetterselo come «fascista di sinistra», raccomandiamo la lettura di un testo emozionate, e attualissimo, Lettera ai giovani comunisti (vedi http://antoniomoscato.altervista.org/)
È vero che c'era anche chi cantava «il Che Guevara ci piace sì, perché invece di parlare spara»; se il Che fosse stato solo questo, ogni annessione sarebbe possibile. Ma Guevara non si limitava a sparare, parlava, anche se inascoltato (anche a Cuba), per la sua lungimirante riflessione sulla crisi imminente di quello che si sarebbe arrogantemente proclamato il «socialismo reale»: una critica da un punto di vista marxista.
Guevara non era un generico ribelle. Anche se non grande pensatore come Lenin, Rosa Luxemburg o Trockij, è stato un grande riscopritore del marxismo critico «senza calco né copia». E non era facile, dopo decenni di mistificazioni socialdemocratiche e staliniste.

Un eroe nazional... fascista e l'ipocrita retorica italiota

caparossa | 24 Settembre, 2009 16:20

Leggo in una lettera a "il manifesto" che il caporalmaggiore Giandomenico Pistonami, ucciso in un attentato a Kabul pochi giorni fa, era iscritto al gruppo di Facebook "Partito Nazionale Fascista" (che fa schifo pure parlarne così direttamente, che si rischia di fargli pubblicità, a questi cancri della storia).

Prima di parlarne urge una verifica, quindi vado a farmi una mail adeguata, con quell'account mi iscrivo a facebook, mi faccio un po' di "amici", mi iscrivo ad un tot di gruppi - tutti fascistissimi, ovviamente - tra cui il famoso parito nazionale fascista e mortacciloro, e varia altra merda.

Se si fa a vedere il profilo del nostro caporalmaggiorde, si può vedere tra i "suoi amici", Casa Pound (vedi la parentesi sopra), uno dei peggiori gruppi neofascisti italiani, tra i più attivi e tra i più duri, vedi le mazzate tirate agli studentelli in P.zza Navona l'anno scorso, durante "l'Onda", e che buona parte dei suoi amici di facebook sono fascisti più o meno convinti e più o meno incarogniti.

Poi si "scopre" che le bombe che hanno ucciso i 6 militari italiani erano di fabbricazione italiana.

Infine infuria la polemica su quelle scuole che non hanno fatto il minuto di silenzio in "onore" delle 6 vittime.

Che dire di tutto ciò, cose apparentemente slegate tra di loro? Che viviamo in un paese incarognito, imbarbarito come non era da decenni, che la cultura media della gente media sta precipitando là dove nessuno avrebbe mai potuto pensare, che le Istituzioni sono ormai brodo di cultura di mafia e malaffare - quando va bene - e di fascismo - di solito - e che la Retorica, l'Ipocrisia, l'Ignoranza sono ormai padrone assolute della scena sociale e politica della maggior parte delle persone.

L'Italia è in guerra - ormai l'hanno capito anche gli stupidi, tanto che ne scrivono pure i fascisti del Partito sulla loro bacheca - e va a combattere coloro che sono stati addestrati dagli USA e armati dalle aziende di armi Italiane. Che sta gente, gli afgani, una volta fatto il loro - cacciare i sovietici a calci in culo - dovevano tornare al loro posto, cioè a cuccia, perché quelle terre sono di importantissima rilevanza strategica per quel che riguarda le strade del petrolio e del gas russi. Che l'esercito italiano è lì al serivizio dell'industria petrolifera italiana, che chi ci va sono soldati volontari stra pagati e spesso fascisti, si spera non sempre ma non stupirebbe. Che quando qualcuno di loro muore - è normale che accada, sono in guerra... - guai a non venerarli e ad adorarli come "eroi", i "nostri eroi", e chi non lo fa, punizione!!

E alla fin fine, tanto per essere cinici e pessimisti fino in fondo, alla fine insomma, se ci possiamo permettere di essere ricchi e grassi quali siamo, noi italiani, noi occidentali, è perché abbiamo in giro per il mondo tutti i nostri eserciti a depredare le ricchezze di tutto il mondo.

Affanculo.

Se ne è andato un compagno, Ivan della Mea

caparossa | 15 Giugno, 2009 14:04

Sabato notte se ne è andato un compagno, Ivan della Mea.

Dire chi è stato Ivan, cosa è stato per la sinistra, tutta, per la cultura italiana, per tanti giovani compagni/e che hanno avuto il privilegio e la fortuna di conoscerlo è cosa che forse farò un giorno, fuori dall'ondata emotiva che ancora mi scuote.

 

 

Erezioni: par conditio

caparossa | 12 Maggio, 2009 15:16

Daltronde non si può mica correre il rischio di sembrare di "sinistra"!!

Allora gustiamoci un altro succulento cartellone erettorale:

 

Cartellone erettorale Pd

Sempre massimo rispetto per Paul the Wine guy ! !

Erezioni

caparossa | 23 Aprile, 2009 13:30

Beh, siamo in piene camapagna erettorale, tutti a billo ritto, pure le candidate, e mica si prenderanno sul serio, no?!

Eccoci, perciò, a ringraziare il buon Alieno del meraviglioso link:

http://www.paulthewineguy.com/post/97605415/ptwg-presenta-generatore-di-cartelloni-delludc

grazie al quale è possibile passare simpatici e rilassanti momenti.

Risultato? Eccolo!

Un dito in culo

 

Il baratro: la società 2

caparossa | 26 Febbraio, 2009 16:56

La società.

  società: società

s. f. inv.

ogni insieme organizzato di individui

associazione di più individui caratterizzata dalla comunanza degli interessi e dei fini tra i membri che la compongono

 

Individui, ecco. Oggi siamo una società come da vocabolario: milioni di individui, chiusi nei loro alveari chiamati condomini, che la mattina si alzano, vanno a produrre, tornano a casa e consumano, e poi mangiano e si riposano per poter riprendere il ciclo il giorno successivo. Ogni tanto scopano, che la specie va riprodotta. E così via.

Su che modello si basa la nostra società, oggi, nel XXI secolo?

Il modello è quello liberista, nella sua variante "neoliberista", nata negli anni '70 presso l'Università di Chicago grazie agli illustri  Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Milton Friedman. Modello che prima di essere esportato in tutto il mondo è stato provato in america latina, in particolare in Cile, con quella merda di Pinochet (tanto amico di "santo subito" Wojtyla) e poi anche in Argentina, con gli amiconi del nostro presidente del consiglio, che ancora è di buon umore a pensare a quei divertentissimi voli della morte (Cfr. Horacio Verbitsky, Il volo, Feltrinelli, 1996). Una volta capito che il giochino funzionava, e c'era da farci soldoni a palate, via che tutti si buttarono a pesce sulla novità: Regan in USA, la Tachers in GB, ma non da meno furono i nostri socialisti, che dismettendo i panne dei libertari che avevno indossato a fine anni '70 (e quanti compagni abboccarono!!! Vedi la vicenda di Reporter, giornale clone di Lotta Continua, pagato dal PSI, gestito da Martelli, in cui si infilarono nomi notissimi del giornalismo italiota, tutti ex di Lc).

Nulla di nuovo, nulla di strano: la destra fa la destra, e il suo scopo è di gestire e dominare la società senza tanti cagamenti di cazzo, i poveri a pedalare buoni buoni, i ricchi a guadagnare. E' stato così per secoli, ogni tanto c'era una rivolta, la si estingueva annegandola nel sangue, così per qualche decennio zitti e mosca (mica tanto tempo fa...).

Il cambiamento avvenne con la seconda metà del XIX secolo quando, col miglioramento delle condizioni di vita media delle persone, comparvero i primi vagiti libertari e socialisti, le prime leghe di lavoratori, le prime Società di Mutuo Soccorso, le prime Cooperative di consumo e tutte quelle strutture che col tempo diventarono le strutture base del futuro "movimento operaio".

Strutture radicate nella società, che la vivevano e ne erano vissute, che nacquero proprio per negare il modello unico di una società bloccata, coi poveri a penare tutta la vita e i ricchi ad ingrassare.

Si sviluppo, perciò, in seno alla società, dentro la società, nella Classe (azz, la Maiuscola!), gli strumenti prima di difesa, poi di rivendicazione, se non di attacco, della Classe stessa.

E' storia di un secolo di battaglie, di sconfitte (il fascismo), di gloria e miseria: socialismo, Anarchia, Comunismo; il movimento sindacale e cooperativo.

Una storia che ha una svolta importante tra il 1968 e il 1973: in quel quinquennio vengono al pettine nodi vecchi di cento anni, e quelli che erano diventati i massimi dirigenti della sinistra ormai istituzionale italiota, nel bel mezzo di una delle battaglie più esaltanti della storia del movimento operaio italiano (il '68 - '69, l'occupazione di Mirafiori del '73, il contratto del '74, il più avanzato della storia dell'Occidente industriale, ancora oggi studiato nelle università di tutto il mondo), proprio in quel momento, la peggior dirigenza possibile della sinistra italiana - la coppia tremenda e tremebonda costituita da quei deprimenti figuri di Berlinguer e Lama - decisero che no, il movimento operaio si "faceva Stato", e che chi era contro lo Stato era contro il movimento operaio.

Lo riscrivo perché deve essere chiaro:

il movimento operaio si "faceva Stato", e che chi era contro lo Stato era contro il movimento operaio.

Ora, in quegli anni lo "Stato" era quello di Piazza Fontana e delle stragi, della Dc e della Mafia (Andreotti viene riconosciuto colluso con la Mafia fino a tutti il 1981, guarda caso proprio l'anno fino a cui quei reati vanno in prescrizione...), delle tangenti e degli scandali.

Quello Stato che solo grazie al fiume del Movimento, in tutte le sue sfaccettature, cedette su cosucce tipo l'abolizione del cotimo, le ferie e i salari per tutti uguali, il divorzio, l'aborto, una scuola meno di classe (Don Milani docet), una democratizzazione della società strappata coi denti e col sangue.

Pci e Cgil decisero che no, non si stava col Movimento, ma con lo Stato. E chi non era d'accordo era, ovviamente, un terrorista (untorello, Berlinguer docet).

Tra il '75 e il '77 questo splendido connubio produce quella mostruosità giuridica che si chiama "legislazione emergenziale", nata per sconfiggere il terrorismo (= il Movimento), e che è in vigore, pari pari, se non peggiorata, ancora oggi.

Tra il '78 e l'80 la "Sinistra" si suicida, facendo fuori quel pezzo di società che era la sua carne e il suo sangue, quelle generazioni che avevano avuto il coraggio di alzare la testa e rimettere in discussione tutto.

"Togliere l'acqua ai pesci", cioè non permettere ai terroristi di avere un terreno, un abitat dove potersi nascondere, dove fare proselitismo, dove sguazzare difficilmente riconoscibili. E per far ciò, come ha più volte orgogliosamente rivendicato il Sinistro Mussi, è stato fatto fuori tutto il movimento, c'entrasse o meno col "terrorismo".

Quando si sono accorti che lo Stato, quella roba che in Italia significa Mafia, Massoneria, Fascismo, Chiesa, non si accontentava ma voleva tutto, anche il Pci, ormai era troppo tardi, e sui cancelli di Torino si consumarono i funerali del movimento operaio italiano.

Poi gli anni '80. Quando sono cresciuto io, che quell'anno finivo 10 anni. Che culo.

Il baratro: ragiona/menti con/fusi 1

caparossa | 21 Febbraio, 2009 15:49

Mi sono preso qualche tempo dalla morte del lavoro, dal tritatutto della quotidianità, e provo a ragionare, confusa/mente, su quel che sta capitando ultimamente in questo cazzo di paese di merda.

Storiciziamo, come si diceva una volta, così da non perdere la prospettiva:

la crisi della "sinistra" inizia almeno nel 1993, con la svendita da parte sindacale di qualsiasi possibile battaglia salariale in nome della crisi, dell'Europa e bla bla bla (per questo vedi il bellissimo, recentissimo, importantissimo e, come sempre, illuminatissimo libro di Sergio Bologna, Ceti medi senza futuro?, DerivaApprodi). Quell'anno la trimurti sindacale decise di vendere i lavoratori in nome del paese, avendo in cambio la promessa che i padroni avrebbero investito in formazione e in tecnologia. Il risultato è stato che ora il paese è allo sfascio, l'economia è a pezzi, che siamo passati da essere il settimo paese industriale del mondo sia finiti dodicesimi o peggio (ci stava superando anche la Grecia, prima della crisi globbale).

Sticazzi, ovviamente, essere settimi o tredicesimi è fuffa neoliberista. Ma da modo di vedere come hanno lavorato i signori cialtroni nostri padroni in questi 16 anni di neoliberismo incontrollato e generalizzato, senza opposizione parlamentare reale, con quel poco di opposizione politico-sociale che ancora resisteva, e che è stata rasa al suolo nel 2001 a Genova e nel 2002 - 2008 dal suicidio di quel che rimaneva della "sinistra".

Ma partire dal 1993, a mio avviso, è limitante, perché non rende bene l'idea della profondità della morte della "sinistra", che ha radici ben più vecchie. Come raccontava sempre il buon vecchio Primo Moroni, la "vera" crisi della "sinistra" inizia nel 1979, quando l'ultima generazione operaia in rivolta entra in Fiat, a Torino, e dopo poco l'occupa. Si, l'occupa, occupa Mirafiori, come nel 1973. Ma a differenza di allora il PCI e la Cigl non sono più avversari con cui discutere, anche pesantemente, ma pur sempre su un solco comune; nel 1979 PCI e Cigl denunciano alla magistratura 61 quadri del movimento interno all'occupazione e alle lotte della Fiat, che vengono arrestati come terroristi (e dopo lunghi mesi se non anni di carcere preventivo, verranno liberati e la maggior parte di loro assolti. Una storia su tutte è quella di Ines Arciuolo, raccontata nel suo bellissimo A casa non ci torno, Stampa Alternativa). Quando l'anno dopo il peggior segretario del PCI del dopo guerra (Moroni docet), Berlinguer, si presenta ai cancelli della Fiat nel corso dei famosi 35 giorni è ormai troppo tardi: il ramo è stato segato, ma a venir già non sono solo i movimenti, ma la "sinistra" tutta, che ci stava seduta tutta. Da lì fu il diluvio: migliaia di licenziati (e chi firmò l'accordo poi, ovviamente, ha fatto carriera ed è diventato ministro nell'ultimo governo Prodi, insieme ad uno dei licenziati, pure lui ministro e segretario di uno dei tanti partitini comunistini che affollano il nulla di questi mesi), suicidi (146 casi nei primissimi mesi dopo il crollo del 1980, Cfr. G.Polo, M.Revelli, Fiat: i relegati di reparto, Erre emme edizioni, Roma, 1992) e poi repressione, leggi speciali, carcere, una generazione rasa al suolo, etc etc.

Tra l'80 e il '93, passando per la storica sconfitta del referendum per la scala mobile del 1985, la "sinistra", quello che ne rimane, smette di essere tale, si libera piano piano delle pastoie tipiche del "partito di massa", fatte di democrazia, circoli, sezioni, case del popolo, radicamento territoriale, per avviarsi a quello che poi sarà la svolta della Bolognina, con la morte del PCI e la nascita del PDS (Ds - Pd - Boh!), ma soprattutto con la nascita della categoria di "partito leggero" (Mussi docet). Fu allora, sempre nel 1993, che si tenne il referendum, voluto e sostenuto dal PDS dei vari D'Alema, Weltroni, Fassino, Mussi, Bersani etc etc, per introdurre il maggioritario nel sistema elettorale e, soprattutto, per fare dei sindaci dei veri e propri gerarchi, dismettendo di fatto quel po' di democrazia che ancora vigeva tra eletti ed elettori.

1979 - 1993, la dismissione;

1994 - 2008, il consolidamento ;

2008 - ?, il nuovo fascismo.

Che effetti hanno avuto sulla società italiana almeno 16 anni (ma in realtà 30) di democrazia televisiva?

Una società che in questi 30anni è stata deteritorializzata, atomizzata (espulsione di gran parte dei cittadini dalle città verso gli immensi e disumani hinterland, fatti di condomini alveare dove l'unica forma di tempo libero concessa è la televisione), piallata intellettualmente con il nulla televisivo (tutto in mano ad un uomo solo, e tutto quello che non era in sintonia col Capo veniva espulso) senza che ci fosse la minima possibilità di avere, vedere, provare un'alternativa possibile seria, di massa, reale e concreta (ricordate? il partito leggero, chiusi circoli, le sezioni, le case del popolo...), che rimaneva all'Italiano Medio? Quale modello, quale cultura?

E la "sinistra", intanto?

La "sinistra" stava nei centri sociali, effimera ma splendida esperienza che per un po' riuscì a produrre cultura altra, intelligenza, ragionamento, addirittura un discreto livello teorico di lettura del presente, grazie soprattutto ai cari vecchi strumenti operaisti; Rifondazione, che dopo essersi liberata delle vecchie cariatidi staliniste di Cossutta & C si avvicinò al movimento, almeno fino a Genova 2001 e poco più (la deprimente esperienza dei Social Forum). Strumentale, senza dubbio, ma per molti militonti rifondaroli fu una boccata d'aria fresca, la possibilità di uscire da vecchie routine centralmente democratiche, per immergersi nel sacro fuoco delle assolutamente non democratiche assemblee di movimento. E poi Genova 2001, gli scontri, il provare sulla propria pelle cos'è davvero la polizia, Carlo.

Ma era tardi, quello che non c'era più era la società, che stava altrove, con altri problemi, con altre esigenze, lontana, altra.

30anni sono tanti, quando la voce che ascolti è sempre quella, e l'alternativa balbetta, bisbiglia confusamente, e poi si tuffa sulla poltrona non appena ne ha l'occasione, alla faccia di un altro mondo possibile!

Il cuore eretico di Milano

caparossa | 30 Gennaio, 2009 12:27

di Marco Philopat, pubblicato su il manifesto del 29 gennaio 2009.

Dalla banda Bonnot ai punk, la vita e i libri di Primo Moroni sono stati punto di riferimento e stimolo per i movimenti antagonisti milanesi e non solo. La battaglia per il suo Conchetta cambia la geografia della città e scuote la sinistra

 (Continua)

Centro Sociale Cox 18

caparossa | 22 Gennaio, 2009 13:19

Leggo su Carmilla on line che stamani alle 7 la polizia ha iniziato lo sgombero del Centro Sociale Cox 18 di Milano, Concetta per tutti.

Personalmente sono senza parole, basito, esterefatto.

Cox 18, innanzi tutto, è la mia storia personale, uno dei luoghi dove ho passato tra i momenti migliori della mia vita.

E' stato il luogo dove si passava alla fine dei sabato sera, dopo aver girato per tutti gli altri centri, perché era quello che chiudeva dopo tutti (quando chiudeva); è stato il luogo dove ho scoperto l'editoria di movimento, grazie alla libreria Calusca. E' stato il luogo, soprattutto, innanzi tutto, ho avuto il privilegio, enorme, di conoscere e poter frequentare quell'enorme persona, quel maestro, che è stato Primo Moroni. E stato per parecchio tempo l'argomento della mia tesi di laurea, giusto 11 anni fa.

Cox 18 è stato tante cose, troppe per enumerarle tutte. Se uso e lavoro quotidianamente con GNU/Linux è perché un giorno, mentre andavo in Conchetta per lavorare alla mia tesi, nell'ormai lontano 1998, venni coinvolto in una "Linux Install Fest", orgnizzata da quei matti meravigliosi della Shake; il posto che, per primo, portò Richard M. Stallman in Italia.

Cox 18 è lo spazio che ospita l'Archivio Primo Moroni, dove sono raccolti l'enorme mole di documenti di Primo, un patrimonio culturale inestimabile.

Cox 18 è un luogo di cultura, importante, come pochi nel nostro paese, figurarsi in una città di merda come Milano.

Non ho parole, se penso che sta succedendo, mi viene da piangere, veramente.

L'unica cosa che mi viene da dire, da pensare, è vendetta. Odio. Fuoco su di loro, sulla loro vita di merda, sul loro ordine di merda.

Che paghino del deserto che stanno facendo di questo paese, che paghino amaramente quanto stanno uccidendo, che sappiano che nulla resterà impunito.

Pagherete caro, pegherete tutto.

"Ragazzi scusateci tanto per avervi consegnato un mondo così"

caparossa | 12 Dicembre, 2008 11:36

Quella del titolo è una scritta, dice il manifesto di oggi, che si legge su un muro del quartiere Exarchia di Atene, in Grecia. Il quartiere dove una settimana fa la polizia ha ucciso un ragazzo di 15 anni, Andreas Grigoropoulos.

Una scritta lasciata da una maestra, si legge sul "quotidiano comunista". Una maestra, immagino, di una certa età, sicuramente non una giovane maestra a cui Kossiga sarebbe piaciuto veder tirare mazzate da parte della polizia.

Dopo una settimana di letture la cosa mi ha fatto pensare, mi ha portato a fare i conti col tempo che è passato e a fare un bilancio, iniziale, di questi anni. Con risultati quanto meno scadenti...

 (Continua)

Marcello Baraghini fa marcia indietro

caparossa | 01 Dicembre, 2008 13:02

Scopriamo con gioia che oggi Marcello Baraghini ha deciso di tornare sui suoi passi e di non presenziare all'iniziativa del 10 dicembre a Casa Pound.

Baraghini ha dichiarato di essere stato costretto a rinunciare dalla "levata di scudi" che avrebbe pregiudicato l'esistenza della stessa casa editrice. Ci complimentiamo con le molte persone che in questi tempi bui hanno pensato che levare gli scudi valga ancora a qualcosa e ringraziamo tutte le firmatarie e i firmatari della lettera aperta. A volte si può restare sorpresi anche nelle epoche più cupe. Ci auguriamo che, oltre a fare marcia indietro, Baraghini rifletta su quanto è accaduto e capisca che se lui oggi si sente "un po' meno libero", di questi tempi chiunque nutra idee alternative, propagandate anche dalla sua casa editrice, si sente molto poco libero di fronte al dilagare dei picchiatori fascisti, più o meno travestiti da bei giovani avvenenti.

Lettera aperta a Marcello Baraghini: Stampa Alternativa nella tana del Lupo

caparossa | 29 Novembre, 2008 19:25

È prevista per il 10 dicembre la partecipazione di Marcello Baraghini, storico editore di Stampa Alternativa, a una serata nel centro sociale nazifascista Casa Pound.

Non riusciamo proprio a tacere. Per aderire firmando segui questo link.

Questa non è una pipa. (René Magritte, 1948)
Questi non sono picchiatori nazifascisti, ma interlocutori credibili. (Marcello Baraghini?, 2008)

 

Caro Baraghini,
è inverno, nevica e abbiamo deciso di raccontarti una storia.
C’era una volta Cappuccetto Rosso, che andò nel bosco, incontrò il lupo, gli disse dove abitava la nonna e lui per tutto ringraziamento si pappò la nonna in questione con tutta la cuffia, la camicia da notte e gli occhiali. Il lupo, è evidente, è un vero stronzo. Anzi no: il lupo è un lupo. Non è lecito, non è intelligente, non è possibile aspettarsi che si comporti da farfalla.
Ora, andando a vedere bene, il lupo potrebbe pure essere un ragazzone charmant e piuttosto brillante (d’altronde Cappuccetto Rosso se l’è intortata mica male), ma alla fine purtroppo c’è sempre quel finale sgradevole: il lupo è lupo, e alla fine la nonna se la pappa.
Se vogliamo trovare il taglio sociologico, possiamo pure arrivare a dire che il lupo ha avuto un’infanzia difficile, che sua mamma l’ha abbandonato, che forse ha bisogno di affetto.
Sia quel che sia, alla fine la nonna se la pappa.
Va detto che il lupo è anche un ecologista convinto, che gli fa onore l’impegno per la difesa del bosco in cui vive e che a volte, a primavera, è stato visto intrecciare deliziose collane di fiori.
Ma sia quel che sia, alla fine la nonna se la pappa.
Insomma, se sei una nonna, puoi trovare un sacco di cose che ti attraggono nel lupo, ma – forse – non è comunque una frequentazione apprezzabile. I lupi delle favole, caro Baraghini, possono presentarsi bene, essere molto intellettuali, dichiararsi disponibili al confronto, mostrarsi affascinanti e avere grandi baffi che gli nascondono le zanne, ma lupi sono e lupi restano. Sempre.
I lupi delle favole sbranano, prevaricano, disprezzano i deboli, gli emarginati, i diversi, gli alternativi. Magari prima li seducono, ma poi, prima o poi, inevitabilmente rispuntano le zanne. Esattamente come i nazifascisti.
Vedi, caro Baraghini, noi lo capiamo che Casa Pound è un luogo che può scatenare curiosità. Lo capiamo che il primo impatto non è la marionetta del naziskin cerebroleso che non ha altre possibilità dialettiche se non quelle consentite dai palmi delle sue mani o dalle nocche dei suoi pugni: ma sotto sotto, e nemmeno troppo sotto, c’è il solito vecchio lupo che alla fine la nonna se la pappa, anche stavolta.
Con i lupi, Baraghini caro, non si flirta. E non perché si abbia paura della dialettica (noi? Andiamo!), non perché non ci si possa sporcare le mani, non perché non si debba avere il coraggio del confronto con chi è diverso da noi, ma semplicemente perché la tua presenza – non la tua presenza personale, ché quella sarebbe cosa tua, ma la tua presenza pubblica di editore, pubblicizzata e rivendicata fino allo stremo − dà valore a un luogo di disvalori. Perché Casa Pound parlerà anche di mutui sostenibili, di antiglobalizzazione, di banche vampiro: ma dopo compaiono le zanne. La gente di Casa Pound è quella che pesta i ragazzini in piazza Navona, è la destra nazifascista che nega la libertà di interrompere volontariamente una gravidanza, che riscrive la storia, che disprezza gli stranieri e che ospita entusiasticamente concerti che celebrano a suon di saluti romani tutta la solita feccia del ventennio applicandola all’oggi. Magari fossero solo quattro nostalgici! Purtroppo sono fin troppo attivi sull’oggi, e dietro ai sorrisi e agli incontri culturali le zanne ben affilate sono quelle di sempre. Se sono riusciti a intortarsi te, pensa come si intortano gli altri. Non permettere loro di fare altra strada camminando anche sulle tue gambe, grazie anche alla tua storia (che, se non fosse a sua volta parte della nostra, non ci troverebbe qui a cercare di farci ascoltare), alla tua fama e alla tua cultura. Un lupo è sempre un lupo, Marcello: e tu non fare Cappuccetto Rosso. Sii piuttosto Alice che guarda dietro le parole, o meglio ancora sii quello che a lungo sei stato: il bambino nel corteo del re che grida da sempre che il re è nudo.

Post scriptum: L’idea della pipa di Magritte viene da un recente volantino dell’Avamposto degli Incompatibili di Viterbo e dello Spazio di documentazione il Grimaldello di Genova riguardante la sentenza Diaz e ci sembra una delle idee che meglio rendono la lontananza tra realtà e racconto della medesima. Lontananza che oggi sembra dilagare senza controllo. Grazie.

Primi firmatari:

Andrea Baglioni - lettore
Ilic Barocci - lettore
Chiara Battocchio - lettrice
Francesco Bellissimo - lettore
Blackswift - collettivo di scrittori
blicero - lettore
Piero Budinich - traduttore editoriale
Layla Buzzi - liutaia
Daniela Cabrera -  Freelance Translator, Member of Translators for Peace - Fontenay-aux-Roses, Francia
Antonio Caronia - Accademia di Brera - Milano
Sara Cecere - traduttrice
Flavia Cerrone - traduttrice freelance
Luisa Doplicher - traduttrice editoriale
Alfredo Fagni - lettore - Livorno
Raffaella Fort - lettrice - Trieste
Carlo Frinolli - art director nois3lab - Roma
Valentina Furnari - traduttrice freelance - Milano
Valeria Galassi - lettrice - Milano
Istituto Ernesto de Martino - Centro di ricerca sul mondo popolare e
proletario - S. Fiorentino (Fi)
killer - lettore
Martino Lo Bue - lettore - Fontenay-aux-Roses, Francia
Fiamma Lolli - traduttrice editoriale
Alessandro Lubello - redazione Internazionale - Roma
Antonio Menegotto - lettore - Padova
Floriana Pagano - traduttrice editoriale
Marina Pagliuzza - lettrice - Milano
Chiara Pazienti - traduttrice freelance - Roma
Marco Philopat - scrittore
pinna - lettore
Brunella Pinto - Precaria
Federico Prando - lettore - Milano
Arlette Remondi - lettrice - Trieste
Oscar  Romagnone - Traduttore Freelance
sens.it - artista
Roberta Amal Serena - lettrice - Roma
uomonero - lettore
Giuseppina Vecchia - traduttrice
Franco Vite - lettore - Cinigiano (Gr)

La triste fine di un grande editore

caparossa | 24 Novembre, 2008 19:05

E' triste, per me, dover dare l'addio a quello che per tanti anni è stato qualcosa di simile ad un mito: Marcello Baraghini.

Ero giovane, 25 anni fa, quando studente delle superiori mi leggevo i suoi 1000 lire in metropolitana, mentre andavo a scuola. E' con lui che ho conosciuto l'anarchia, Boris Vian, il jazz e tante altre cose che amo ancora oggi.

Poi, un paio di anni fa, la svolta: invito Marcello all'Hackmeeting di Pisa, per presentare i suoi "Bianciardini", gli eredi dei 1000 lire, ma a 1 centesimo e liberamente scaricabili dalla rete.

L'incontro ad hackit fallì, ma non il rapporto, tanto che per un tot di mesi ci si incontrò spesso e si mise su una serie di progetti, per la mia gioia.

Poi....

Poi Marcello, probabilmente per farsi pubblicità, decise di pubblicare sul blog di Ettore Bianciardi, figlio di Luciano e suo complice nell'idea e nella progettazione dei bianciardini, un post in cui non solo spiegava, ma pure rivendicava la sua partecipazione alla fiera del libro di Torino dedicata alla nascita dello Stato di Israele.

In molti, sul blog, criticammo questa scelta, sottolineando che una cosa è, giustamente, conoscere e studiare e apprezzare parte della cultura israeliana (ed ebraica in generale), altra cosa festeggiare la nascita di uno Stato che ha significato l'esilio di milioni di palestinesi e la morte di centinaia di migliaia.

Anche il sottoscritto attaccò, penso civilmente, quella scelta e da quel giorno non ebbi più il piacere di sentire Marcello (ed Ettore). Mai più. Fine dell'amicizia, fine dei progetti, fine di tutto. Di punto in bianco, senza una spiegazione, senza una telefonata, nulla.

Vabbuò, ognuno fa quel cazzo che gli pare, pensai, e proseguii per la mia strada. Fino a qualche settimana fa quando, sempre sul blog di Ettore leggo l'ennesima "provocazione" di Marcello:

"rivendicare la libertà di poter parlare liberamente di Luciano Bianciardi e  di quello che facciamo io e Ettore, anche a Casa Pound, ammesso e non concesso che  ci invitino e che ci sia garantita libertà di parola e di idea".

In molti tentammo di far ragionare Marcello, ricordandogli chi sono e cosa fanno la feccia di Casa Pound (si era a pochi giorni dall'aggressione agli studenti di Roma in P.zza Navona), ma nulla.

Così si arriva ad oggi:

"Non scherzavo affatto, quando ho dichiarato  che per parlare di Bianciardi, del Bianciardi che amo e che è l’ispiratore dei miei quarant’anni di editoria, sarei andato volentieri da chiunque mi avesse invitato e mi avesse garantito la libertà di espressione, anche a Casa Pound.
E quelli di Casa Pound l’hanno saputo e, puntuali come un orologio svizzero, ieri mi hanno invitato. Ci andrò? E che editore all’incontrario sarei se non ci andassi, se rifiutassi l’invito o confessassi di aver solo scherzato? E quindi mercoledì 10 dicembre, alle ore 21, sarò ospite di Casa Pound a Roma, in via Napoleone III, 8".

Per quel che mi riguarda è la, triste, fine di un percorso iniziato almeno 25 anni fa.

Non posso accettare di condividere un percorso culturale e politico con chi legittima le merde fasciste di Casa Pound. Tanto meno quando lo si fa in un ambito di marketing da 2 lire, pur di avere visibilità e chiacchiere su di se e la propria casa editrice. Se questo è il livello raggiunto da Marcello e da Stampa Alternativa, allora meglio che chiuda, almeno ci rimarrà il bel ricordo di un glorioso passato.

Addio.

A gamba tesa: Sergio Bologna sull'Onda

caparossa | 15 Novembre, 2008 17:28

Quando Sergio Bologna parla, ci si ferma e si ascolta. Con attenzione.

Ecco perciò che "rubo" un articolo di Sergio a Nazioneindiana, ringraziandoli :)

Toxic asset – toxic learning

di Sergio Bologna

Nello spirito del ’68 – senza nostalgie nè tormentoni
(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)

State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.
Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto.
Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.

 (Continua)

 
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